Archivi del mese: aprile 2011

pessimismo

“…per quanto riguarda il nostro mondo, non so se la la sua vita sia felicità, ma senza dubbio il suo pensiero è pessimistico. Il pessimismo è l’elemento della sua creatività. Noi viviamo un’epoca in cui il pessimismo è ritenuto una forma di degenerazione. Ci sono stati tempi, per esempio nel quarto e quinto secolo, in cui, pur senza gli effetti delle invasioni barbariche, il pessimismo costituiva una mentalità quasi universalmente ammessa, almeno sul piano teorico. Il sorgere dei cenobi, in Egitto e Palestina, fu opera sua. Del resto fu un movimento di massa: la festività pasquale veniva celebrata a Tabenna, ai tempi di S. Girolamo, da cinquantamila monaci e monache, tutti della regione del Nilo. Dimoravano in nascondigli nelle rocce, in tombe fra mare e paludi, capanne di canne, fortificazioni abbandonate, con serpenti intorno a loro che stavano inginocchiati, i riflessi del deserto intorno a loro immersi nell’estasi – lupi e volpi passavano saltando durante la preghiera del santo. Ciò che li spingeva era la negazione del mondo, del secolo.  Le conseguenze di ciò sono ancora intorno a noi: la  religione,  la letteratura dell’antichità, la filosofia delle idee e delle immagini, in breve: l ‘Occidente non esisterebbe senza di loro. Il pessimismo non è un motivo cristiano. Nei cori  di Sofocle è detto che la cosa migliore è non esser mai nati, ma che, se tu vivi,  la cosa migliore è l’altra, tornar presto là donde sei venuto. Che noi siamo della stessa materia dei sogni lo insegnò, duemila anni prima del cigno dell’ Avon, il buddhismo, incarnazione di tutto ciò che il pessimismo ha mai trovato quanto a espressione e contenuto. Il nichilismo moderno vi si ricollega, attraverso Schopenhauer, direttamente. “Spegnersi” – “perdersi in un soffio”- “giochi di un illusionista” – “un nulla senza stelle”.  E’ quanto mai sorprendente constatare che questa prima forma autentica – si potrebbe dire popolare- di pessimismo che sia apparsa nella storia universale come sistema e convinzione di massa, non si è manifestata nelle masse inferiori oppresse dell’India, ma all’interno del potente Brahmanesimo. Da un principato tipicamente tropicale, nella sua ricchezza di godimenti e di possesso, è uscito lo Sakyamuni,  l’eremita della stirpe degli Sakya, (nato nel 623 a.C.) .  Ancora più singolare è però che la sua dottrina non volesse annullare mali di un qualunque tipo, stati di sofferenza sociale, morale, fisica, bensì l’esistenza stessa, la sostanza universale dell’esistere. La vita come tale getta quella manciata di polvere nell’aria, nel ciclo del divenire, davanti alla ruota del samsara, insomma spegnerlo, disperdere in un soffio ogni sete di desiderio,  – niente dei –  il nulla. In principio c’è una forma di pessimismo che nega ogni lavoro storico, lo Stato, ogni comunità – un pessimismo esistenziale con dichiarata tendenza versa la distruzione di ogni germe vitale”  da Gottfried Benn “Lo smalto sul nulla” (continua)

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la corsia n.6

“Una sera di primavera, alla fine di marzo, quando sulla terra non c’era più neve e gli stornelli cantavano nel giardino dell’ospedale, il dottore uscì per accompagnare il suo amico direttore delle poste fino al portone. Proprio in quel momento uscì nel cortile Mojsejka che tornava dalla questua. Egli era senza berretto, portava delle basse calosce sui piedi nudi e teneva nelle mani un piccolo sacchetto con l’elemosina. -Dammi una copeca!- si rivolse egli al dottore, tremando dal freddo e sorridendo.  Andrèj Efimyc, che non sapeva mai rifiutare, gliela dette. -Come è brutta una cosa simile- pensò, guardando i suoi piedi nudi dalle caviglie magre e rosse – pensare che è così umido-. E, spinto da un sentimento misto di pietà e di disgusto, egli seguì l’ebreo nel padiglione, guardando,  ora la sua calvizie, ora le sue caviglie. All’entrare del dottore, Nikita, il guardiano, balzò dal suo mucchio di ciarpame e si mise sull’attenti. -Salute Nikita- disse dolcemente Andrèj Efimyc-Non si potrebbe dare un paio di scarpe a questo ebreo? sennò prenderà un raffreddore.-Sta bene, vostra nobiltà. Ne parlerò all’economo. -Prego, domandaglielo a nome mio. Digli che lo domando io. La porta che dalla sala d’ingresso metteva nella corsia era aperta. Ivan Dmitric, steso sul letto e appoggiato al gomito, tendeva l’orecchio con trepidazione a quella voce estranea e a un tratto la riconobbe per quella del dottore. Tutto tremante di collera, egli balzò dal letto, e col viso rosso e cattivo, con gli occhi fuori delle orbite, si precipitò nel mezzo alla camera.    -E’ venuto il dottore- gridò, e si mise a sghignazzare. – Finalmente! Signori, mi congratulo, il dottore ci onora di una visita! Maledetta canaglia!- strillò e, in uno stato di esaltazione quale non si era mai veduto nella camera, pestò il piede. – Bisogna ucciderla questa canaglia! No ,ucciderla è poco! Bisogna affogarla nella latrina!  Andrèj Efimyc udendo ciò, gettò dalla entrata uno sguardo nella camera e domandò dolcemente: – Perché?  – Perchè?- gridò Ivan Dmitric, avvicinandosi a lui con aria minacciosa e chiudendosi convulsamente nella veste da camera.    -Perché?  Ladro!-    proferì con disgusto, atteggiando le labbra come se volesse sputare.  -Ciarlatano! Carnefice!  – Calmatevi, disse Andrèj Efimyc, sorridendo con aria colpevole.  -Vi assicuro che che non ho mai rubato niente, quanto al resto mi pare esageriate molto. Vedo che siete adirato con me. Calmatevi ve ne prego, se potete, e ditemi con calma, perché siete adirato?  – E perché mi tenete qui?  -Perché siete malato.  – Sì, malato, però decine, centinaia di pazzi passeggiano in libertà perché la vostra ignoranza è incapace di distinguerli dai sani. E perché invece io e questi disgraziati siamo costretti a stare qui per tutti, come capri espiatori? Voi e l’amministratore e l’economo e tutta la vostra marmaglia ospedaliera, siete nell’ordine morale più bassi di ognuno di noi: dunque , perché noi siamo qui e voi no? Dov’è la logica?  – L’ordine morale e la logica qui non c’entrano per nulla. Tutto dipende dal caso. Quelli che sono mandati qui ci stanno, e quelli che non sono stati mandati se ne vanno a passeggio, ecco tutto. Nel fatto che io sia dottore e voi malato di mente , non c’entra né la moralità né la logica, ma si tratta di una pura casualità… – Queste frottole io non le capisco – proferì sordamente ivan Dmitric, e si sedette sul letto….     Da Anton Cechov “La corsia numero 6” (continua)


tutto uguale

(continua)”… chi ha fatto cose sbagliate, chi ha offeso, sconvolto, distrutto e annientato, si è tormentato, ha studiato, si è lui stesso liquidato, si è quasi ucciso, si è sbagliato, si è indignato e di nuovo non si è indignato, si sbaglierà anche nel futuro, contrasterà, distruggerà e annienterà, si tormenterà, studierà, quasi si ucciderà, e fino allafine continuerà a farlo. Ma in fin dei conti tutto è uguale. Si rimischia le carte, via via. L’idea è stata depistare l’esistenza, la  nostra propria, come quella degli altri.Noi ci riconosciamo in ogni essere umano, poco importa chi sia, e siamo condannati a essere ognuno di questi esseri umani, per il tempo che esistiamo. Siamo tutte queste esistenze e tutti questi esistenti insieme., siamo alla ricerca di noi stessi e non ci troviamo, per quanto ci sforziamo di farlo. Abbiamo sognato onestà e chiarezza, ma siamo restati al sogno. Abbiamo spesso rinunciato e ricominciato di nuovo, rinunceremo e ricominceremo ancora tante volte. Ma tutto è UGUALE. Il manovale col suo martello pneumatico ha trovato il mio slogan: tutto è UGUALE . L’essenza della natura è che tutto è uguale. Sento ancora, sempre,  le sue parole , le sue parole, che, benché sue, sono anche le mie, e ho detto spesso a me stesso, TUTTO è UGUALE.Ma bisognava che che fossero dette in quel momento. L’avevo già scordato. Siamo condannati a vivere, e questo vuol dire all’ergastolo, per uno o numerosi delitti, chi sa? che non abbiamo commesso, o che noi cominciamo a commettere per degli altri dopo di noi. Non siamo noi che ci siamo convocati, siamo venuti,e in quell’istante si  era  già stati resi responsabili.  Siamo diventati resistenti, più niente può farci cedere, non siamo più attaccati alla vita, ma non la diamo via a un prezzo scontato, avrei voluto dire, ma non l’avevo detto. Delle volte, tutti, alziamo la testa credendo di dover dire la verità, o la verità apparente, e la ritiriamo giù, tra le spalle. Ecco tutto.

da Thomas Bernhard “La cantina”


tutto è uguale

“…..per degli anni  era venuto nella cantina a farsi dare  del  il rhum per sua madre in una bottiglia, e gliela portava al capezzale del letto dove lei era miserabilmente finita.Ma il suo cuore era così forte che lei  aveva potuto sopravvivere ancora, pur essendo ridotta a uno scheletro, e che all’eccezione del rhum e dei pezzetti di pane inzuppati nel rhum non aveva più preso cibo. Lei, disse, era stata una  credente ma non era mai stata in chiesa in vita sua. Lei temeva Dio, ma non era cattolica. Mi chiese cosa facevo di lavoro. Scrivo, gli dissi. Non seppe che farsene della mia risposta, e del resto era incapace di rappresentarsi che cosa poteva significare.In un certo senso, disse,  era soddisfatto del suo lavoro di manovale, per schifoso che fosse.Alla sua età tutto resta indifferente,ci si attacca alla vita, ma quando è finita è uguale. Tutto uguale, ecco. E’ questione di tempo. Uguale. Anche per me in quel momento tutto era uguale. Una bella parola, chiara, breve, che rimane nella mente: UGUALE. Ci capivamo…. tutto è uguale, ci salutammo, aveva detto in conclusione. E’ il segno particolare del mio pensiero, ora, il sentimento che le cose si equivalgono, la coscienza del valore uguale di tutto ciò che è mai stato, che è, e che sarà.Non ci sono valori alti, dei valori superiori, dei valori supremi, tutto questo è liquidato. Gli uomini sono come sono, non si possono cambiare, come anche gli oggetti che sono stati fatti dagli uomini, che fanno e che faranno.La natura non conosce diffrenze di valore. Ogni nuovo giorno è soltanto degli uomini con tutte le loro debolezze, il loro sudiciume fisico e intellettuale.Poco importa che uno sia disperato col suo martello pneumatico o davanti alla macchina da scrivere.Solo le teorie nascondono quello che è invece ben chiaro, le filosofie e le scienze tutte, che si oppongono alla chiarezza con le loro conoscenze inutilizzabili. Si sono ormai percorse tutte le strade, ciò che ancora verrà non sarà una sorpresa, si è già riflettuto su tutte le possibilità….”  Da Thomas Bernhard “La cantina” (continua)


nello stesso tempo

“…se parlava della sua scienza, parlava nello stesso tempo della politica e di tutto il resto, se parlava di politica parlava della sua scienza e di tutto il resto, perché l’uomo di scienza o quello che noi consideriamo l’uomo di scienza e che teniamo per tale o il cosiddetto uomo di scienza, colui che ha consacrato la sua persona a una scienza perché vi è stato obbligato, non deve solamente pensare entro i limiti di questa scienza, se è uno di quegli uomini di scienza da prendere sul serio, ma deve anche costantemente pensare a ogni altra cosa e a partire da ogni altra cosa pensare la sua scienzae inversamente e tutta la sua esistenza non è nient’altro che questo stato ininterrotto di verificazione nel quale l’uomo di scienza deve verificare a ogni istante quello che pensa e deve sempre ogni istante essere tutte le cose,  perché senza pensare all’istante insieme tutte le cose non esiste il pensiero.

Thomas Bernhard “Correzioni”