Archivi del mese: maggio 2011

nozze

“Clara aveva il terrore degli incendi. “Ti rendi conto che siamo al quinto piano e non avremmo alcuna possibilità di fuga?”. Se qualcuno bussava alla porta senza preavviso rimaneva  come paralizzata.  Gli amici lo sapevano, e si annunciavano sempre. “Sono Leo” , oppure “Sono l’uomo nero.  Mettete gli oggetti di valore in un sacco e passatemelo attraverso la porta”. Il cibo troppo condito le dava il voltastomaco. Soffriva di insonnia, ma bastava farla bere un po’ e si addormentava come un angioletto – non che ci fosse da rallegrarsene troppo, perché col sonno arrivavano gli incubi, da cui si svegliava madida di sudore.  Diffidava degli estranei, e ancor più degli amici. Era allergica ai frutti di mare, alle uova, al pelo di animale, alla polvere, e a chiunque non fosse pazzo di lei. Durante il ciclo soffriva di mal di testa, crampi, nausea, ed era di un umore schifoso. Aveva terrificanti attacchi di eczema. Teneva chiuso in un’anfora, contro il malocchio, un intruglio di pipì e unghie tagliate. Aveva paura dei gatti, soffriva di vertigini e se sentiva un tuono impietriva. Detestava i ragni, i serpenti, l’acqua, la gente.  E io, lettore, questa donna l’ho sposata”.

Mordecai Richler “La versione di Barney”

Annunci

algeria(1950)

“Mentre mi facevo la barba mi sono domandato cosa potevo fare e ho deciso di andare a nuotare. Ho preso il tram per andare allo stabilimento balneare del porto. Mi sono tuffato nell’acqua. C’erano molti giovani. Ho incontrato mentre nuotavo Marie Cardona, una dattilografa che aveva lavorato nel mio ufficio e che avevo desiderato, a quell’epoca. Anche lei, credo. Ma poi se n’era  andata e non c’era  stato il tempo. Mentre l’aiutavo a salire su una boa gli ho sfiorato i seni. Ero ancora nell’acqua quando lei si era già sdraiata sulla boa. Si è voltata verso di me. Aveva i capelli sugli occhi e rideva. Mi sono tirato sulla boa e mi sono sdraiato vicino a lei.Il tempo era splendido e, come per scherzo, ho lasciato andare la testa all’indietro e l’ho appoggiata sul suo ventre. Non ha detto nulla e io sono rimasto in quella posizione. Avevo tutto il cielo negli occhi,  azzurro e oro.Sotto la mia nuca sentivo il ventre di Marie battere dolcemente. Siamo rimasti così sulla boa mezzo addormentati. Quando il sole ha cominciato a picchiare troppo forte lei si è tuffata e io l’ho seguita. L’ho raggiunta, l’ho presa intorno alla vita e abbiamo nuotato insieme.Lei rideva.Sulla banchina, mentre ci sciugavamo,  mi ha detto.  Sono più abbronzata di te! Le ho domandato se voleva venire al cinema, la sera. Ha ancora riso e mi ha detto che aveva voglia di vedere un film con Fernandel”.  

Albert Camus “Lo straniero”


lacorsia n.6 (seguito)

” – E l’immortalità?  – Eh, lasciate stare! – Voi non ci credete, ma io ci credo. Qualcuno,  in Dostoevskij o in Voltaire, dice che, se Dio non esistesse gli uomini lo inventerebbero. E io credo fermamente che se non esistesse l’immortalità, presto o tardi la inventerebbe il grande spirito dell’uomo. – Ben detto!  – proferì Andrej Efimyc, sorridendo di piacere. – E’ bene che voi abbiate questa fede. Con una tal fede si può vivere cantando anche murati dentro una parte. Voi c ertamente avete ricevuto un’istruzione. – Sì, ho frequentato l’università, ma non ho finito. – Siete un uomo di pensiero e di meditazione. In qualunque ambiente potete trovare la tranquillità in voi stesso. Un pensiero libero e profondo, che tende alla comprensione della vita, e un completo disprezzo della stupida vanità del mondo, ecco due beni, i più alti che l’uomo abbia mai conosciuti. E voi li potete possedere anche rinchiuso dietro a tre grate. Diogene viveva in una botte, però era più felice di tutti i re della terra.      – Il vostro Diogene era uno scemo – proferì accigliato Ivan Dmitic – Che mi venite a parlare di Diogene e di non so quale comprensione? – si irritò egli a un tratto, balzando in piedi. – Io amo la vita, l’amo appassionatamente! Io ho la mania di persecuzione, una  continua paura tormentosa, ma ci sono dei momenti in cui mi afferra la sete di vivere, e allora io temo di impazzire. Ho una terribile voglia di vivere, terribile!”   (continua)

Anton Cechov ” La corsia n.6″


il mio babbo

“E’ naturale. Dopo tutto, sono tuo padre. E’ vero che se non fossi stato io sarebbe stato un altro. Ma non è una scusa. I lukum, per esempio, che come ben sappiamo non esistono più, mi piacciono più di qualsiasi cosa al mondo.  E un giorno te ne chiedrò uno, in cambio di qualche favore, e tu me lo prometterai. Bisogna vivere secondo la propria epoca.Chi invocavi di notte, quando eri piccolo e avevi paura? Tua madre? No. Me. Ti lasciavamo piangere. Poi ti abbiamo allontanato, per poter dormire. Io dormivo, ero come un re, e tu mi hai fatto svegliare perché ti ascoltassi. Non era indispensabile, non avevi veramente bisogno che io ti ascoltassi. Del resto io non ti ho ascoltato. Spero che verrà un giorno che avrai veramente bisogno che io ti ascolti, e il bisogno di sentire la mia voce, una voce. Sì, spero di vivere fino a quel giorno, per sentirmi invocare da te come quando eri piccolo piccolo, e avevi paura, la notte, e io ero la tua sola speranza…”

Samuel Beckett “Finale di partita”


vita da miserabile

“Vorrei sapere, Nèvolo,

perché mai così spesso

t’incontro intristito e con la fronte aggrottata,

come un Marsia sconfitto.

Perché questa faccia? Mi sembri Ràvola

sorpreso a strofinare con la barba gocciolante

a Ròdope la fica.

(E pensare che se un servo lecca una torta,

gli mollano un ceffone!)

No, nemmeno Creperio Pollione,

che va in giro a offrire interessi tripli

senza trovare gonzi,

avrebbe un viso così sconsolato.

Di dove all’improvviso tante rughe?

Accontentandoti di poco,

vivevi la  vita di un cavaliere becero ,

commensale spiritoso e pungente

dagli scherzi mordaci

e dalle arguzie di pretta marca romana.

Ora tutto il contrario:

viso serio, una selva orrenda

di capelli arruffati

nessuna traccia sulla pelle

di quel candore che ti conferivano

gli empiastri calabri di pece calda,

ma gambe squallide e trascurate,

tutte una foresta di peli…” (continua)

Giovenale “Satire”


l’aducazzione


 

57. L’aducazzione

 

Fijjo, nun ribbartà1 mmai Tata tua:2
abbada a tté, nnun te fà mmette sotto.3
Si cquarchiduno te viè a ddà un cazzotto,3a
lì ccallo callo4 tu ddàjjene dua.

Si ppoi quarcantro porcaccio da ua5
te sce fascessi6 un po’ de predicotto,
dijje: «De ste raggione io me ne fotto;
iggnuno penzi a li fattacci sua».7

Quanno ggiuchi un bucale a mmora, o a bboccia,8
bbevi fijjo; e a sta ggente bbuggiarona
nu ggnene fà rrestà9 mmanco una goccia.

D’esse10 cristiano è ppuro11 cosa bbona:
pe’ cquesto12 hai da portà ssempre in zaccoccia
er cortello arrotato e la corona.

Roma, 14 settembre 1830 – De Pepp’er tosto

 


1 Ribaltare, in senso attivo: «ismentire, rinnegare, far torto».

2Tuo padre.

3Non ti far soperchiare.

3aTi viene a dare un pugno.

4Caldo caldo: immediatamente.

5Porco da uva.

6Ti ci facesse.

7Ognuno pensi ai fattacci tuoi.

8Alla mora o a boccia.

9Non fargliene restare.

10D’essere.

11 Pure.

12Perciò.


autoritratto d’artista5

“…In vena di  amenità, mi piace rotolarmi nel lurido, vado a trovare annotazioni sui miei quaderni: Una: vorrei semplicemente essere vissuto così da poter pensare ai fatti miei. Un’altra: l’arte è come babbo natale: può darsi che non esista ma io ci credo (e, nella pagina seguente: può darsi che esista ma io non ci credo). Ma anche: arte come gusto dell’abisso; fantasma evocato da parole come “sipario strappato”, luogo comune e fascinosità. (Giura che non stai civettando o comunque che, se stai civettando, non te ne accorgi a causa della tua fondamentale stupidità! – G.C.Palei). Lo giuro. Sincronismi. Lesioni cerebrali. Titolo: Me, di me, per me. Fine.

Aroldo Mariani “ME, DI ME, PER ME.”