Archivi del mese: novembre 2011

lévi-strauss(1960)

“Permettetemi dunque, miei cari colleghi, che dopo aver reso omaggio ai maestri dell’antropologia sociale all’inizio di questa lezione, le mie ultime parole siano per quei selvaggi, la cui oscura tenacia ci offre ancora modo di assegnare ai fatti umani le loro vere dimensioni: uomini e donne che, nell’istante in cui parlo, a migliaia di chilometri da qui, in una savana rosa dai fuochi di sterpi o in una foresta grondante di pioggia, fanno ritorno all’accampamento per dividere un magro nutrimento, ed evocare insieme i loro dei; quegli indiani dei tropici, e i loro simili sparsi per il mondo, che mi hanno insegnato il loro povero sapere in cui consiste, tuttavia, l’essenziale delle scoperte che voi mi avete incaricato di trasmettere ad altri; ben presto, ahimè, destinati tutti all’estinzione, sotto il trauma delle malattie e dei modi di vita -per essi ancora più orribili- che abbiamo portato loro; e verso i quali ho contratto un debito di cui non mi sentirei di liberarmi nemmeno se, al posto in cui mi avete messo, potessi giustificare la tenerezza che mi ispirano, e la riconoscenza che ho per loro, continuando a mostrarmi quale fui fra loro, e quale, fra voi, vorrei non cessare di essere: loro allievo, e loro testimone.”

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assiomi

“Tutte le cose hanno un capo e una coda
– e sotto la coda c’è il culo, sempre.”
Mr Bardi


gorgia

“Che nulla esiste lo dimostra con questa argomentazione: se, infatti, qualcosa esiste, o è essere o non-essere, oppure è essere e non-essere insieme; ma l’essere non è, come dimostrerà, né il non-essere, come confermerà, e nemmeno l’essere e il non-essere insieme, e anche questo lo spiegherà. Pertanto l’essere non esiste.


sterpaglie

…antichi muri di pietra sbiecati dalle intemperie, resti di fossili incastonati nelle strie, scarabei calcarei increspati sul fondo di questo scomparso mare interno, esili alberi scuri oltre le cancellate laggiù dove i morti presidiano la loro piccola metropoli, curiose architetture di marmo, stele e olbelischi e croci e minuscole lapidi erose dalla pioggia dove con gli anni sbiadiscono i nomi, terra satura di casse da morto di ogni tipo, ossa polverizzate e seta marcia, sudari macchiati di carogna, là fuori sotto la luce azzurra della sera che viene
i binari del tram corrono verso l’oscurità, oltre i muri ondulati del vecchio deposito, lungo stradine sabbiose dove auto fracassate occhieggiano torve tra zoccoli di calcestruzzo, attraverso grovigli di sterpi e di rovi e cespugli che costeggiano i dissestati terrapieni della ferrovia, rampicanti grigi-neri, erbacce cresciute dal rosticcio dei mattoni, un’escavatrice che svetta in solitario abbandono contro il cielo ormai buio, qui, dalla riva fangosa, i campi si estendono verso il fiume dove affiorano resti alluvionali e orrendi rifiuti, relitti di casse e preservativi e scorze di frutta, vecchie latte e barattoli e oggetti domestici rotti che costellano il pantano fecale come pietre miliari nelle forre inaccessibili della dementia praecox.


distinzioni

Zenodoto, che fa parte dei successori di Enopide, uno dei discepoli di Androne, distingueva il teorema dal problema, in quanto il teorema ricerca che cosa sia la proprietà predicata della materia che in esso è data, mentre il problema ricerca che cosa debba esserci perché si dia una certa proprietà [essendoci che c’è qualcosa].


metropolis

Per il fatto abitativo, che ci si erano arruolati, nei gironi stato, il futuro dei figlioli, case a tutti, promettevano, dove stavano ammassati, sono alloggi provvisori, prometteva i loro capi, in attesa quelli eterni, digià in via di compimento, in via Kioto intanto stavano, nei decenni dell’attesa, condomini tutti eguali, lungo il corso di kilometri, fino a che tutto finiva , nel rumore dei canneti, se c’era vento, o restava tutto fermo, nell’aria bigia, resta sempre tutto fermo, si sentiva, che dicevano, rintanati negli androni, o accendevano dei fochi, rami secchi coi giornali, trenta, circa, metri quadri, appartamenti, se erano, tutto compreso, sempre meglio, si sentiva, che d’indove s’era prima, neanche l’acqua, indove prima, stata messa dai padroni, messi tutti a nostre spese, i servizi sanitari, tutto quanto a vostro carico, si sentiva, gli avvocati, i lavori eventuali, vi s’è messo anche la luce, gratis, mentre invece c’era stato stanziamenti regionali, che nessuno lo sapeva, ora almeno c’è gli impianti, si sentiva che dicevano, fornitura di metano, una casa piccinina, specialmente coi figlioli, e i soceri, però meglio che di prima, si viveva chissadove, nemmeno, si sentiva, la strada, ci s’aveva, viale Arezzo, via Grossetto, via Foligno, via Busoni, residenti provvisori, delle basse condizioni, che più sotto non ce n’era, dentro ai pubblici scaglioni, e famiglie, semo pubblici inquilini, si sentiva, vaneggiavano, c’è i servizi più vicini, nelle zone abitative, rivendite, botteghe, l’è importante che ci siino, che lo sia anche piccini, si sentivano, i quartieri, però il comodo, vicino, delle merci disponibili.


inquilini

Le riunioni al condominio, dal geometra Grifoni, via Baracca, via Guidoni, direzione l’autostrada, posti, fosse, sulla terra, che più brutti non ce n’era, se polesse, la bruttezza, ve ne fosse spiegazioni, o, esistesse, la bellezza, rintracciate qualcheduna, cosiddette, Altre-Persone, come loro le dicevano, nella zona tuttabuia, incluse nell’inferno delle periferie squallide, le chiamavano, quegl’altri, normalmente cittadini, posti orribili, alienanti, o vocaboli più scemi, si sentiva, che adopravano, le città come invivibili, normalmente definite, la vita assurda, e via di seguito, questa scelta di parole a cazzo di cane, mentre loro, già che c’erano, proprio dentro allo sfacelo, ci vivevano infilati, dei quartieri più fetenti, senza nulla trapelare, quasi fossero, dicevano, di un altro mondo, che non era, provenivano, da questo mondo, per il fatto non sentivano disagio estetico, fra gli altri difetti, un casino rintracciarli, nella torre di babele dei casamenti, campanello, nome, nulla, scompariti dall’anagrafe, e dagli atti catastali, era come se non c’erano, qualcheduno li acciuffavano, gli acchiappini comunali, documenti, tasse, zero, cosa cazzo ci facevano, gli pigliavano le impronte, archiviate nei cassetti, col suo numero di codice, per essere, dicevano, assistiti, stando tranquilli, loro invece scomparivano.