Archivi del mese: febbraio 2012

orologi

…uno stanzone che assomiglia a un segmento di metropolitana, muri di mattoni, fuligginosi, letti a castello alle pareti con dei corpi sdraiati scompostamente sotto delle lenzuola ammonticchiate, il più sono rivolti contro il muro, si vede solo, qualcheduno, la schiena, qualche gamba nuda ciondoloni, inerte, ogni tanto tosse, rumori lamentosi, nel sonno….
…il Focardi, , camicia lunga quasi fino ai piedi, solo dei calzini di lana ai piedi, scompagnati, troppo grandi, cappello invernale con paraorecchi da soldato coreano, in mano una vecchia sveglia, la guarda, la rigira, guarda verso i letti, esamina i letti a uno a uno, li tentenna, si sente come dei lamenti, riguarda la sveglia, la butta via lontano, verso la parte buia dello stanzone
…. ecco, il tempo è consumato, l’orologio del tempo ha smesso do battere, non funziona, se funzionasse, almeno.. sarebbe, uguale se funzionasse uguale, non funzionasse, lo stesso, il tempo è passato, già detto, mi ripeto, incomincio a ripetermi, d’altra parte siamo tutti a ripeterci, si pretende di parlare e lo siamo ripetuti, lo si crede di pensare le parole che si dice e lo sono parole ripetute all’infinito (ride, sputa, cammina verso la parte buia, ritorna, con in mano la sveglia, la guarda, la mette nella tasca della camicia) tempo finito, tempo scaduto, tira fuori un fischietto dalla camicia, priiiiiii, suona il fischietto, alza la voce, TEMPO FINITO, FINITOOOOOO, ce ne fosse dico una, persone, non diciamo qui dentro, in questo diciamo posto che nessuno è mai riuscito a capire che posto sia, ammettendo (ride) che fosse un posto, che potesse trattarsi di un posto, questo posto, quest’altro posto, se ci avesse importanza, se cambiasse qualcosa, si risiede dentro ai posti e ne siamo intrappolati, poco importa quali posti, che sia un posto, dicono, più gradevole, più soleggiato, più sano, meno umido, ci si immagina dei posti che non sono mai esistiti, si pretende esista posti dove vivere meglio che in altri posti, dove, la vita, dicono, possa essere, in definitiva (ride) più vita, si pretende ci sia vite che lo fossero più vite che di altre vite di merda che sono, naturalmente, sempre le nostre, solo, dicono, le vite che non sono le nostre sono vite che ci abbiano quelle caratteristiche che lo sono le caratteristiche tipiche delle vite degne che lo siano vissute (cammina verso la parte buia e scompare)…..(continua)

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universale

Tutto quanto che svaniva, nel silenzio innaturale, finito il lavoro obbligatorio, degli omini adibiti, in fondo, il rumore, si perdeva, che escivano, diventava tutto buio, l’universo della tenebre, dove dentro scompariva tutte le cose, per le triste infinitudini, si accendevano le luci, nella notte universale, le cucine per la cena, le famiglie coi figlioli, non usciva più nessuno, in cucina tutti chiusi, tra milioni di altre case, chiuse.


svolte

Carcopino, Franck Carcopino, la svolta della sua vita, da un punto di vista non solo materiale economico, ma di stile mentale, filosofico, nei riguardi allecose, anche fosse che non fosse assolutamente un filosofo cosiddettto professionista, accademico, eccetra, per dire, a suo modo di vedere, Franck, la persona più altamente filosofica che lui avesse mai incontrato, (ammettendo che ne avesse incontrate dell’altre anche lontanamente paragonabili eccetra)anche, solo, intanto, prima cosa, mettiamo, la maniera di vestire di Franck, confezioni su misura, larghe, comode, elganti senza sembrare eleganti, stoffe di qualità superiore ,mai e poi mai Franck si sarebbe mai messo a parlare di scarpe, di giacche, camice, ma comunque gli veniva questa sua naturalezza di natura superiore nell’arte, diceva, (o non diceva?)della semplice vestizione essenziale, e nient’altro, non solo riguardo agli abiti, ma come gli stava a lui addosso ogni abito, ogni abito, anche fosse, di natura più comune, diventava un altro abito indossato da Franck, ( anche fosse che Franck non l’avesse mai adosso nessun abito che fosse comune, nessuna scarpa, calzino, eccetra, di un’altra natura che non fosse la natura a lui propria, ammettendo esistesse…


stronzi

…e tutti quegl’altri, invece, il Lastrucci, il Cianti, il Bossi, il Nistri, il Fantechi,lo Stiaccesi, il Burci, il Magnolfi, lo Zampieri, il Cianti, il Fiaschi, il Marranci, il Pratellesi, il Bigozzi, il Dragoni, il Fuligni, lo Zambarbieri,il Del Carmine, il Raddi, il Taddei, il Cirri, il Frassoni, il Conti, il Gallori, il Del Frate, il Rotelli, il Lupi, il Massai, il Marchionni, il Guidacci, lo Zini,il Lo Surdo, il Greppi, il Frilli, il Santoni, il La Passera, il Ninci, il Bagnai, il Cattaneo, il Grassi, il Natali,il Galeotti, il Mancini, il Cantelli, il Montedomini, e ancora quegl’altri, infiniti, che non si ricordava più e che non si voleva nemmeno più ricordare, erano andati avanti (per dire) negli studi regolari, fino in fondo, e anche meno, avvocati, ingegnerucoli, medicastri, imbonitori, eccetra, l’ignoranza più completa, delle cose conoscibili (ammettendo ve ne fossero)e si erano infiltrati, nelle varie occupazioni, dentro gli organi, in definitiva, di Stato, (che nessuno n’era fuori)mentre, lui, invece, solitario, nella casa di sasso, nelle terre deserte, dove era nato, e dove nessuno, rimasto, si era sempre più tenuto lontano dai modi delle genti civili, dove era divenuto leccatore di cose, perché la leccatura, secondo il suo modo di vedere, era il modo più diretto, tra i vari possibili, di poter comunicare, come esempio strofinarsi, rolotasi, per avere conoscenza.
E leccava ognuna cosa, terra, sassi, foglie, unghie, carne, bestie, scorpioni, serpi, scarabei, gli schiacciava il capo coi diti, gli entrava dentro con la lingua, tra le zampe, dei ragni. conosceva le persone dall’unto, dal sudore, dal sudicio, che ci avevano addosso, sulle mani, nei capelli, dietro al collo, tra le cosce, anche, inoltre, dall’odore, dalla parte dentro alla bocca, del naso. Anche al Centro degli Studi, come era lo chiamavano, aveva provato a leccarli tutti, per essere sicuro del fatto che non erano persone meritavano rispetto.
Sapevano di chiuso, di malato, di avaro, di stronzo, di morto.


propensioni

Delle altre prospettive, si sapeva non ce n’ era, si sentiva, che dicevano, i parenti tra di loro, non si sa quello che pensa, ammettendo se poteva, come non facesse parte della famiglia, la chiamavano, non fa parte di nulla, anche peggio del suo babbo, fosse possibile, l’è anche peggio, si sentiva, del suo babbo, amici zero, ospitato mai nessuno, solamente alcune troie, pagando, di piazza Piave, con i soldi della mamma, mica fosse lavorava, mai un minuto in vita sua, e alla fine più portato nemmeno quelle, prima almeno alcune troie, si sentivano, i parenti, e poi più nulla, qualche volta le riunioni, s’era messo a praticare, di condominio, punte scuole mai finite, non ci aveva propensione, era quello sosteneva, che ha capito, sora Tani, gli diceva la sua mamma, alla donna delle scale, le mattine che puliva, però mangia quand’è a tavola, di più di tutti, il corpo pieno da fare schifo, di mangiare e di bere, ce l’aveva propensione per rimpinzarsi, e dopo chiuso in camera, finito desinare, più vedere nè sentire, fino all’ora di cena.


olivi morti

….ci hanno omini vivi come servi pulitori, non gli garba punto il sudicio, al contrario noi si pensa, vole abiti puliti, camice, giacconi, stivali, tutto in ordine, stirato, donne, che tengono, o orchesse o donnacce di paesi portate via, montandole, quande fosse, da sganasciarle, nel mezzo ai boschi, avendole alcune dalla smania anche morte, e altre succedesse tenessero più curate, delle quali sono presi, come proprio fossero amanti, e ugualmente tanto vino, tutti i mesi, glien’ andesse portato, per stare boni, e più ancora quande viene la stagione del grande freddo, in quei posti stanno loro, pieni di neve, tutto l’inverno, leccio rovere quercione, bruciano, che gli fanno più calore, cataste olivi morti di gelate che vennero, portato da questi ciucai già nominati, arde, tronconi grossi, e mugghia il vento dal buio dei loro camini, silenziosi nei mantelli, ascoltano, il lamento degl’alberi, nella tempesta, due tre mesi di continuo, non raramente, che tanti anche ne more orchi per la disperazione del tempo freddo, arrivassero a trecent’anni orchi normali, senza infermassero, o di gola o di petto o di nervi, principalmente, difficile altro, non essendo nemmeno morsi da punte bestie, o non curandolo, compreso serpi, sua natura melanconica, pole perdersi di senno, dal bagliore della luna, lo sgomenta buio sotto, quelli spazi sieno voti, grotte d’acque sottoterra, che ci stessino celate, percepisce quande fossero, che gli mettono grande paura, sasso duro, tutto pieno, abbia a avere sotto casa, fugge il fondo delle valli, non ci arriva giù ai mulini, la portassino farina, servi apposta coi carretti, che li aspetta, a mezza costa, fino a dieci e passa sacca, se ne mette sul groppone, e parte, con stivali di setteleghe, c’era, dice, una volta, orchi scendevano in quei paesi che c’erano, apposta per ragionare coi vecchi, non garbandogli a loro i giovani, financo l’odore, e le donne, fiutare, gli garbassero, preferendole avere già bell’e figliato, di parti magari più larghe, culo compreso, e quande, rammentavano, ci stavea altri che loro, queste terre ci staveano, avanti noi, non ci s’era altro che orchi, diosudicio, l’era dopo, gli diceano, si venissero noialtri, da ultimo, non s’avea mai conosciuto quelle di prima, quande solo vento sole sassi ginepri e qualcheduno cipresso, sui poggi, e giù il nero di boschi e acque buie, come ancora si vedeva stare tornando, finiti secoli di zappartura, cosa cazzo era servito, diobestia, tutta questa grande fatica se ritornava poi uguale, non ce n’erano nessuni campi, in origine, avanti fatti da noi, e bovi, cani, polli, diolupo, non ce n’erano, anticamente, solo lupi, dio bestia, no cani rognosi come quelli che n’ aveano portato questi idioti praticando l’agricoltura…


sentimenti

Altri invece che dicevano era tutte cose vere, anche fosse, si sentiva, solamente appercezioni, esisteva che esistevano, senza altro discettare, fosse uguale che non fossero, vivessero, eccetra, allora che morissero, se per loro fosse uguale, e quest’altri seguitavano, o morissero o vivessero, identico, che davvero se lo era, non si avessero a lagnare, o piuttosto ritenevano, tutti fossero più grulli, che credessero alle cose, a cui loro non credevano, cosa cazzo ne sapevano, icché gli altri immaginavano, o altro, o credevano di stare, nel cervello alle persone, come tanti pretendevano, di sapere gli animali, i pensieri che pensavano, quando invece lo ignoravano, delle genti anche vicini, genti anche vicini da anni e anni, che nemmeno immaginavano, i pensieri che ci avevano, e volevano sapere, sentimenti di animali, che nessuno lo sapeva, cosa cazzo che provavano, strani casi si vedeva, queste bestie stralunate, via sparite e poi trovate giù dai burroni, che ci fossero cascate o buttate, e perché, l’enno bestie snaturate, si sentiva che dicevano, strani casi di animali, ritrovati senza vita, mentre loro disquisivano il nulla eterno, fosse inutile il creato, senza di senso, eccetra, cosa cazzo si credessero di poterlo disquisire, che quegl’altri non potevano, mica tutti lo dicevano, dei pensieri che ci avevano, anche fosse se pativano, non patisce, si sentiva, gli animali, per fatti psichici, solo cose più immediate, di natura sensoriale, senza uso di memoria, ci hanno solo, la memoria, delle ore di mangiare, posti, eccetra, appercezioni, no ricordi intellettivi, ma però non lo dicevano, come loro lo sapevano, cosa cazzo continuavano, con le loro inquisizioni, si sentiva gli bociavano, gli inservienti sanitari, mentre intanto transitavano, per le strade tenebrose, senza avessero una meta, si vedeva, procedevano, il rumore, si perdeva, del furgone in dotazione, nel buio, senza nessuno.