Archivi del mese: maggio 2012

cazzonibus

…posizione dell’apparire nell’apparire significa coscienza dell’autocoscienza ma la coscienza che ha come contenuto l’autocoscienza è la stessa coscienza che è contenuta nell’autocoscienza coscienza dell’autocoscienza non indica cioè la stratificazione di tre diverse dimensioni come se esistesse un apparire in cui apparissero soltanto le case le piante i monti eccetra e poi apparisse un altro apparire in cui apparisse il primo apparire ma non vi apparisse l’apparire dell’apparire e infine un terzo apparire in cui apparisse l’apparire dell’apparire appunto per questa stratificazione l’innegabilità dell’essere che appare resta rinviata ad indefinitum nella struttura originaria della verità dell’essere della verità dell’essere dell’essere essere l’apparire è la coscienza dell’autocoscienza ma tale coscienza è la stessa coscienza dell’essere che resta posta nell’autocoscienza l’apparire dell’apparire dell’essere l’autocoscienza è certamente affermato perché appare ma quest’ultimo apparire che è appunto la coscienza dell’autocoscienza è lo stesso apparire dell’essere che è originariamente incluso nell’essere che appare il perché non indica quindi di un costituirsi del un regressum ad infdefinitum ma bensì la struttura ciscolare dell’apparire in quanto apparire circolare in se stesso in quanto se stesso medesimo insieme …
(continua ancora per 428 pagine)

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De quoy diable donc(dist-il) servent tant de fatrasseries,de papiers e copies que me baillez?N’est-ce le mieux ouyr par leur vive voix leur débat que lire ces babouyneries icy, qui ne sont que tromperies cautelles diaboliques de Cepola, e subverction des choses?

Ma il nichilismo, colto nella sua autentica essenza, è la persuasione che ciò che non è mai stato e non potrà mai essere sia. La civiltà occidentale si è sviluppata sulla persusione che l’ente, in quanto tale, sia niente. Ma l’ente non è un niente, sì che la techne divina e umana non è la capacità che riesce a identificare l’ente al niente, ma quel modo di porsi in relazione all’essere del l’ente, dove ogni aspetto della relazione è determinato dallla persuasione che la nientità dell’ente(ossia ciò che non può essere) sia.
Per Heidegger uno sviluppo ineluttabile porta dalla techne greca, intesa come disvelamento, alla tecnica moderna come violenza produttivo-distruttiva. Ciò che Heidegger non può riuscire a scorgere è che, nella techne graca, il disvelamento è il divelamento del mondo, ossia dell’ente inteso come niente (appunto in quanto la poìesis non porta alla luce ciò che è immutabile ed eterno, ma l’ente che esce e ritorna nel niente. (e per oggi basta)


espiazione(diddio)

Lo tenevano rinchiuso nella stanza dei ricoveri, c’era, ora , si ricorda, rivede, questa stanza di tenebra, adibita a infermeria, a ambulatorio, a stanza di degenza malati, quando essere malati non voleva mai nessuno, preferivano di dire non sentirsi mai malati, se lo erano malati lo tenevano segreto, si portavano pasticche, dice, portavano, da casa sua, si riempivano da soli di nascosto di pasticche di tutti i generei, bastava fossero, per non stare carcerati nella stanza dei ricoveri, o lui, o altri, a turno, mai insieme, due ce n’era, pretendevano, come tipi di malati, uno i malati generici che vivevano insieme a tutti agli altri malati di tutte le categorie possibili, immaginabili, come era normale, due i malati solitari, in maniera più assoluta, totale, per la pena ultimativa, l’espiazione in quanto tale, eccetra, mai insieme, se lo fosse, dicevano, che lo stessero malati insieme, non sarebbero malati in maniera coercitiva, ogni pena, dice, ricorda, dicevano, una pena solitaria, necessaria, all’estremo, sempre i soliti comunque, che lo erano isolati, lui, Tomasi, Dal Corno, Follador, Fasolato, Spagnoli, Bertòn, tutti genti dall’inizio, già di suo predestinati, già da subito le botte, prima le botte, le torture, le pene, col cencio bagnato, o quant’altro, fino allo stremo, poi o il culo, o l’uccello, o legati ai tubi, ai muri, mentre gli altri, sentivano, che correvano dietro al pallone, nel piazzale del tempio, questo enorme piazzalone grigio del tempio di terra grigia sassosa sudicia, dove era si svolgeva la ricreazione (cosiddetta)del dopoporanzo, o il piazzale sassoso, o il salone dei giochi da tavolo, o la noia, in caso di pioggia, mai, allora, mai soli, mai per suo conto, o leggere, o scrivere, farsi il cazzo che volevano, sempre insieme, sott’occhio, che era, dicevano, la materia del diavolo lo stare per conto suo coi cattivi pensieri, o menarsi dicevano, l’uccello, o pensare alla morte, al male, o fantasmi melancolici, che lo era, ripetevano, la melancolia la causa di tutti i mali, che gliela levavano loro, dice, ogni forma di tristezza di per il capo, chi lo fosse condannato alle cure assidue dei Padri, come, anche, in aggiunta, o ciucciarli l’uccello, o offrirgli il culino rosa, o che altro, o stare nei lenzuoli bagnati, fino a avere la febbre, a quaranta.


“la malattia per la morte”

Questo concetto di malattia per la morte deve essere preso in modo suo proprio. Immediatamente significa una malattia la cui fine, il cui esito è la morte. Così si parla di una malattia mortale con un nsignificato equivalente a una malattia per la morte. In questo senso non si può chiamare la disperazione malattia per la morte. Ma, compresa, per esempio, cristianamente, la morte stessa è un transito per la vita. Pertanto, cristianamente, nessuna malattia terrena, corporea, è per la morte. Perché certamente la morte è il termine ultimo della malattia, ma la morte non è il termine ultimo. Se si deve poter parlare in senso stretto di una malattia per la morte, deve essere una il cui termine ultimo è la morte, e la morte il termine ultimo. E questa appunto è la disperazione.
Tuttavia la disperazione è la malattia per la morte in un altro senso ancor più determinato. Si è infatti quanto mai lontani dal fatto che, in modo diretto, si muoia di questa malattia, o che questa malattia finisca con la morte corporea. Al contrario, il tormento della disperazione è proprio di non poter morire. Per questo essa ha più in comune con lo stato del malato a morte, quando giace sfiancato dalla morte e non può morire. Così esser malato “per la morte” significa non poter morire, ma non come se ci fosse speranza di vita,no, la non speranza è che non c’è nemmeno l’ultima speranza, la morte. Quando la morte è il più grande pericolo, si spera nella vita; ma se si viene a conoscere un pericolo ancora più tremendo, si spera nella morte. Quando dunque il pericolo è così grande che la morte è diventata la speranza, la disperazione è la non speranza di non poter nemmeno morire.
E’ allora in questo ultimo significato che la disperazione è la malattia per la morte, questa straziante contraddizione, questa malattia del sé, morire eternamente, morire eppure non morire, morire la morte.


(ammettendo vivibili)

Che lo fosse ineludibile, si sentiva, proveniva, qualcheduni, dicevano, questo Stato sociale, costrizione sociale, immanente, perpetua, e di seguito, se ogni dove, si sentiva, asserivano, nei riguardi alle persone,(in ipotesi)a cui fosse imprescindibile, questo inganno sociale, questo falso-sociale, eccetra, di seguito, lui non era, dice, tra coteste persone, ve ne fosse una ragione, non lo fosse dimostrabile (che lui esterno all’interno assoluto totale) se anche, dice, si sentiva, dicevano, che lo fosse ineludibile, la immanenza, assoluta, reale, dello Stato o quant’altro, e di seguito, anche, uguale, lo stesso, dice, diceva, impossibile dimostrarne il contrario, ammettendo esistesse cotesto contrario, ipotetico.
Da una parte, ineluttabile, dice, questo stato di apparenza totale, assoluto, di ogni cosa, inspiegabile, da quell’altra le persone (ammettendo vivibili) sotto stato di menzogna in se stessa, automatica, come auto-menzogna assoluta, di se stessi, medesimi, relativo no soltanto all’apparenza visibile, ma anche come peculiare la sua natura, di omini, in quanto omini della natura, in quanto chiamata natura, eccetra, era uguale, ci si vive in questo inganno, e non–altro che di viverlo e basta, come inganno, prima cosa, sociale, impostura sociale, continua, di fatto, e egualmente ulteriore al suo interno, di noi stessi, mentali (in ipotesi) si dichiara, questo inganno, e ne siamo effettuati, da sempre.


veleggiare

Un canto nel veleggiare così delizioso/Il corpo è piegato come una fiamma/verso l’acqua bianca./La barca va. Perfetta/
la figura sua di donna/giù piegata verso il mare/ dorso a dorso, due splendori/e la vela,anima candida/come un’ala sul mio capo,/solca il cielo./ Felicità.


luoghi comuni

Una società libera è una società in cui non gli individui, ma le differenti tradizioni culturali cui questi appartengono, hanno uguali diritti e uguali possibilità di accesso ai centri di potere. Non può essere libera una società in cui il negro, l’indiano, la donna, l’omosessuale hanno le possibilità di intervenire nelle istituzioni e nelle decisioni che riguardano il modo di vivere di tutti solo uniformandosi al modello dell’uomo bianco, o mascolinizzandosi, ma è libera una società in cui il negro, l’indiano, la donna, l’omossessuale possono vivere armonicamente la loro diversità. Ed anche nelle cosiddette società democratiche , lo scienziato, il razionalista, il liberal bianco – rappresentanti di alcune istituzioni “esemplari” – persino quando sono animati dalle migliori intenzioni e si fanno convinti sostenitori di richieste di uguaglianza (razziale, sessuale ecc.), non la intendono come “uguaglianza di tradizioni”, ma solo come uguaglianza di accesso a una tradizione ben precisa: quella dell’uomo bianco. Una società può essere veramente libera solo quando si affida non agli “specialisti”, ma a iniziative di cittadini i quali per giudicare le proposte delle istituzioni che li circondano, che vivono del loro danaro e che plasmano la loro esistenza, e per giudicare le istituzioni stesse, utilizzano i criteri della loro tradizione specifica.