Archivi del mese: ottobre 2013

italia(!)

Da una parte la goffa inerziale presenza del bràdipo presidenziale, in eterno, dall’altra i negozi governativi, amministrativi e di seguito, (tutti quanti, ovviamente, spesati) cosiddetti ministri, parlamento, regioni, province, enti, parenti e di seguito, tutt’intorno, brilicante la massa bociante del popolo suddito, becero, ivi inclusi i cosiddetti cervelli pensanti, generici, in fuga, o anche meno, poi più nulla, tutto buio, nella caligine.

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lou reed


sonno

“La grande città industriale riempie la notte di febbraio senza luna, tre ore prima dell’alba. Dormono tutti o quasi, e anche coloro che sono svegli giacciono smemorati e persi: fermi uomini animali edifici; perfino le vie e i quartieri in fondo, le ultime periferie ancora fuori della città, i campi agricoli intorno ai fossati e alle sponde del fiume; anche il fiume da quella parte è invisibile, coperto dalla notte se non dal sonno. Buie anche le grandi antenne delle radiocomunicazioni e dei radar sulla collina. E’ un rumore del sonno anche quello di un tram notturno che striscia tra gli edifici del centro. Gli uomini le famiglie i custodi i soldati le guardie gli ufficiali gli studenti dormono, ma dormono anche gli operai: e non si sentono nemmeno quelli dei turni di notte, nemmeno quelli dei turni di guardia di ronda tra le schiere dei reparti o sotto le volte deo magazzini: Quasi tutti dormono sotto l’effeto del Valium, del Tavor e del Roipnol.”

[Paolo Volponi, Le mosche del capitale,Torino,1989]


tate gallery (londra)

“….dove lui l’aveva incontrato la prima volta, Carcopino,Franck Carcopino, l’uomo, cosiddetto, pensava, ora, della sua vita, che gli aveva cambiato la vita, non solo dal punto di vista materiale ecomico pratico, ma anche come fatto mentale, come idea della vita, delle cose degli uomini, se prima, ora pensava, aveva avuto un certo concetto (cosiddetto) della vita eccetra, se lo avesse mai avuto, ora questo concetto era stato trasformato dal pensiero di Carcopino, dalle idee, dalle parole di Carcopino, che lui aveva avuto modo di stare a ascoltare nel corso di tutti quegli anni passati.
-Lei è italiano- gli aveva detto Carcopino mentre erano davanti a un quadro di Turner, alla luce nebbiosa di un quadro di Turner-
– Sì, italiano – aveva detto – Sì, vero-
– Non francese- aveva detto – Lei vedo ha nella tasca della giacca il giornale “Le monde” –
– Un francese – disse – non lo terrebbe “Le Monde” nella tasca della giacca piegato –
– Lei lo tiene nella tasca piegato, lei conosce il francese, non in maniera – sorrise – profonda, ovviamente –
– Poche sono -disse – le persone che conoscono un’altra lingua in maniera, cosiddetta, profonda, lei conosce il francese in maniera appena sufficiente per dare una scorsa a un giornale francese, per tenerlo ripiegato nella giacca appositamente indossata, sorrise, per tenerci ripiegato il giornale “Le monde”.
– Lei indossa – disse- una giacca di tweed verdolino tipicamente inglese, ma ha dei pantaloni da italiano, delle scarpe da italiano…-
– Se lei guarda le mie scarpe – disse – lei si accorge benissimo che io non sono italiano –
– Anche fossero – disse – delle scarpe italiane, lei vedrebbe chiaramente che io non sono italiano, che io non porto le scarpe come fossi un italiano…-
Era vero, portavo delle scarpe inglesi, da 500 sterline,
fatte apposta da italiano a Londra, alla Tate Gallery, pensai, eccetra..
_ Chi ha fatto quelle scarpe che lei ora porta -disse – ha pensato certamente a un cliente italiano di un certo livello – di un livello medio basso – disse – non alto.
Giacca di tweed – pensai – scarpe italiane da testa di cazzo italiano, occhiali, camicia (non avevo capelli già allora, li portavo lunghi, quelli che avevo, sul collo, dalle parti, ridicoli)…


vicentinerie

Gati, gati, pz…pz…pz…Gatiii!!!
No ghe xè nianca un gato, nianca un gatto pagarlo, dio-can, oro…
Gati, gatiii!!!
Prima pien tutto de gati ghe gera, gati partuto, mica belo, no, no digo fuse belo,
nianca brutto, ne bello ne brutto, per quanto, come xe qualsiai cosa, ne bela ne brutta, orenda casomai, teribile, bella no certo, nula belo tutto casomai il mondo non solo brutto, in se stesso, de suo, e finito, ma anca, i dise, se sente, orendo teribile spaventoso angosciante, questa merda de parole che se sente partuto, prima gati partuto, ora parole partuto, se ghe xe delle persone, che ghe xè queste parole, angosciante, tremendo, insensato, xè per questo che no vedo piu nessuna do persone, persone uguale parole uguale parole senza che le voga dire niente queste parole, parole insulse, parole uguali altre parole, successioni di parole, che non vole dire niente, no le vole dire niente e le esaspera la mente, ghe xe, la mente, ammettendo possibile che gavemo una mente, un pensiero eccetra, tutte cose no pacifiche, tutte cose da doversi dimostare, se uno, i dixe , avesse voglia, tempo, eccetra, ghe sarebe da impiegarlo questo tempo a spiegare tante cose che non sono mai spiegate, lo si crede sia spiegabili, e xè altro che opinioni, opinioni che ghe fusse, prese come spiegazioni, non esiste che opinioni e nient’altro, no fati, per niente, a parte che gavaressimo tutto il tempo possibile da impiagarlo avendo voglia, solo, forse, magari, l’orto che ghe fuse, comunque ancora questa stolta dannazione dell’orto dei pomodori i cocomeri, se lo esiste qualche orto, o altre cose più terribili, ma comunque, ghe gera, i dise , una volta, il passato, questi gati in un numero anormale, miga fuse, dixe, normale, dixe, che ghe fuse questi gati partuto a tutte le ore, de giorno gati, de note gati…”

[Bepi Rodeghiero, “Vicentinerie”,Favretto Editore, Thiene 2006]


morte

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capelli (chi ce li ha)

– Come li facciamo, i capelli?
– In silenzio.

[Sergej Dovlatov, Sobranie sočinenij (Raccolta delle opere), Spb, Azbuka 2000, t. 4, p. 135]

[citato da Paolo Nori, Scuola Elemntare]