Archivi del mese: dicembre 2013

repubblica

In attesa, scrive, dice, si sente, la gente, i giornali, ripetono, il discorso della mummia di Stato, alla guida del popolo, questo popolo, dice, si sente, dichiarano, che bisogna ripigli forza e valore, entro i limiti, s’intende, delle leggi democratiche, rettamente interpretate, e che vengano attuate, da una parte dice, si sente, bociando, dichiarano, c’è le leggi, in favore del popolo, dall’altra la non attuazione di queste leggi, se le leggi si attuassero, si vivrebbe più felici, mentre invece si patisce, senza alcuna remissione, in attesa, dice, lo stiamo (se davvero lo stessero) del discorso della mummia di Stato, questa mummia che da anni, non ripete che parole, solo fiato di parole, e nient’altro, tutti gli anni, dice, bociando, ripetono, sempre, le stesse parole, vuote di senso, di forza, di onore, e i profitti che dispaiono, senza mai recuperare, se ci fossero i profitti, si potrebbe respirare, mentre i soli che profittano, sono tutti espatriati, chi non pole espatriare, deve vivere umiliato, ogni anno nell’attesa, della mummia inebetita, si vive, dice, si sente, il popolo (cosiddetto), in attesa, di una mummia senza vita, che ci porta in perdizione, c’è soltanto perdizione, quando tace le parole, o che siano della mummia, o di altre aberrazioni, o il silenzio, e il freddo, e l’umido, e la merda, che scorre nei fiumi, la peste sudicia, o nei tubi, se c’enno ancora, i tubi, i rubinetti, le cannelle, l’acqua, l’erba, le piante, diodiavolo, le bestie, gli omini, che venisse almeno più fame, più malattie, più veleno nei corpi, nei cervelli, che morissi, diolupo, ogni cosa, per sempre…

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william faulkner

“Io non prometto mai niente a una donna, e non le faccio capire che cosa ho intenzione di darle. È l’unico modo per tenerle a bada. Lasciarle sempre nell’incertezza”


dylan thomas

“Il carretto verde-erba con scritto sopra, in lettere sbilenche, «J. Jones – Gorsehill», andò a fermarsi nello stretto vicolo tra l’osteria della Goccia d’Oro e quella dello Zampetto di Lepre”

[Ritratto dell’artista come giovane cane, incipit (cosiddetto)]


gaddus

Nel letto, ampio, sotto coperte lise e verdastre un corpiciattolo disteso, come un gatto secco in un sacco adagiato a terra: una faccia ossuta e cachettica posava nel cuscino, immota, d’un giallo-bruno da museo egizio: non fosse stato, invece, l’albore vetroso della barba, che ne denunciò la pertinenza a non egizio catalogo, a un’era della storia umana sciaguratamente prossima, addirittura attuale. Tutto tacque. Non si capiva s’era un vivo o s’era un morto: s’era un omo o una donna, cui nel procedere fra le consolazioni della prole e della zappa in un turbinio di zanzare verso le nozze d’oro, le fosse spuntata quella barba: maschia barba, come soleva dire, anche delle barbe femminili, il fondatore dell’impero
quinquennale”

[Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana]


henry david thoreau

“La maggioranza dell’umanità vive un’esistenza di tranquilla disperazione”


domandezzero

Mai mai mai e poi mai, in nessunissima maniera,
domandarsi perché si fa quello che si fa, perché in quello stesso momento si sarebbe condannati, istantaneamente, se non al nulla, almeno a una inattività e a una immobilità totali, esattamente a seconda della profondità di questa domanda.


bambini superflui

“Le genti non si si pongono nessun problema, nessuna domanda, quando fanno dei bambini, benché sappiano che fare un bambino, e sopratutto un bambino in proprio, significa generare infelicità, e che, di conseguenza, fare un bambino in proprio non è altro che un’ infamia.
E quando il bambino è fatto, quelli che l’hanno fatto si fanno pagare questo bambino, questo bambino fatto liberamente (per così dire). Per questi milioni di bambini fatti (per così dire) liberamente, è lo Stato che deve provvedere, per questi bambini assolutamente superfli, come noi sappiamo bene, che non portano altro che nuove disgrazie, a milioni. Ma l’isteria della storia ignora che per tutti i bambini fatti si tratta sempre di disgrazie e in definitiva di bambini superflui. Chi mette al mondo un bambino meriterebbe la pena massima e nessun aiuto”

[Thomas Bernhard, Gehen, 1971]