Archivi del mese: luglio 2014

TOZZI (“bestie”)

“La mia anima è cresciuta nella silenziosa ombra di Siena, in disparte, senza amicizie, ingannata tutte le volte che ha chiesto d’esser conosciuta.
E così, molte volte, escivo solo, di notte, scansando anche i lampioni. Per lo più andavo fino alla Piazza dei Servi, tutta pendente dalla scalinata della chiesa, con due abeti in mezzo a due piccoli prati, divisi tra loro dalla imboccatura della strada. Accanto alla Chiesa, un convento, quasi di faccia, un angolo: di là dal muro, Siena con tutta la sua torre. Allora pensavo alla mia fidanzata.
Siccome mi riesciva di vivere, così, separato da tutti, ogni volta che qualcuno mi guardava con quella sua curiosità acuta che m’offendeva, io doventavo più triste; e facevo la strada più corta possibile, non passavo mai per Via Cavour, che è quella principale; ma, dal Vicolo della Torre, rasente il Palazzo Tolomei, le cui pietre sono ormai nere, attraversavo e scendevo per il Vicolo del Moro: in fondo, a sinistra, c’era la mia casa.
Basta ch’io mi ricordi di quelle mie tristezze perché mi sembri cattivo anche il cielo di Siena. Specialmente la sera soffrivo troppo, e non accendevo il lume per non vedere le mie mani: la tristezza stava sopra la mia anima come una pietra sepolcrale, sempre più greve; e mi sentivo schiacciato sulla sedia. E avrei voluto morire.
La mattina, quando incominciavano i soliti pettegolezzi e le chiacchiere – la mia padrona, Marianna, non poteva fare a meno, magari con una parola sola, di farmene sentire subito la feroce persecuzione – andavo subito in collera; ed ero certo che sarei stato male tutta la giornata.
O strade che mi parevano chiuse sotto campane di vetro!
O amicizie sognate, e soffocate per forza dentro la mia anima, con ira!
Quando andavo a lavarmi le mani e il viso in cucina, sotto la cannella, quasi sempre una lumaca aveva scombiccherato, con il suo inchiostro luccicante, tutta la porta.”

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sgretolazione

Tutti i passaggi da un ordine superiore a uno inferiore sono marcati da rovine e mistero e da un residuo di furia senza nome. Sì. Ecco i padri morti. Il loro spirito è sepolto nella pietra. Preme su questa terra con lo stesso peso e la stessa ubiquità. Perché chiunque si faccia un riparo di canne e vi si nasconda unisce il proprio spirito al destino comune di tutte le creature e tornerà a sprofondare nel fango primordiale senza neppure un grido. Ma chi costruisce con la pietra aspira ad alterare la struttura dell’universo e così è stato per tutti i muratori, per quanto primitive possano apparirci le loro opere.


la città

Se ci fosse ancora qualcuno illuso esistesse l’arte, la letteratura, la filosofia, la storia, la scienza eccetra,
la città sarebbe la città che gli dimostrerebbe che queste cose non lo sono esistenti. La città esibisce solo opere (cosiddette)di altri tempi, architettura di altri secoli, quadri, statue, chiese, cappelle, torri, e quant’altro di questo genere. Le colline cosiddette pittoresche e ridenti che sovrastano la città non sono la città. La città è grigia, buia, sudicia, triste, malata, umida, fetida. Il fiume che attraversa la città, quando c’è un po’ d’acqua, è lurido, marcio, pieno di topi di nutrie, di pesci morti, di serpenti, di talpe, di corvi, di gabbiani schiamazzanti che vengono arrivando dal mare.Le strade della città sono tra le strade più brutte che lo possano esistere (ammesso che lo esistano strade belle) via Frusa, via Scialoia, via Palazzolo,via Petrella, via Galliano, via degli Alfani, Via 27 Aprile,
via Nazionale,Via Guelfa, via della Scala, viale (cosiddetto)Nenni, via Togliatti, via Caboto, via Maragliano, via de’Pepi, via Baracca, e via e via in mezzo ai muri in mezzo al polverone nel vento o freddo freddo o caldo caldo o alla caligine dell’inverno e dell’estate e di tutti gli altri giorni, compresi. La gente della città va in ufficio, va in caserma, va in banca, va a bottega, va a lavorare nei ristoranti, nei bar. La sera ritornano nelle case grige traversando le stade grige sudice polverose merdose. Le mogli e i mariti e i figlioli (quando c’enno) vivono nelle cucine nei salotti nelle camere o camerine, i mobili sono i mobili più brutti che si siano mai visti. Fuori e dentro le case nessuno parla nessuno ride, nessuno piange, nessuno pensa, nessuno nulla. La mogli dei mariti aspettano che i mariti si buttino a letto e che dormano per andare a anche loro a dormire subito. Se uno escisse dalla città dovrebbe prima attraversare queste vie brutte grige polverose merdose piene di sudicio e si troverebbe in altre vie eguali, in altri posti grigi quasi spopolati di gente vivente,di animali, di piante, Scandicci, Signa, Sesto, Prato, Montaione, Grassina, Antella, Castelfiorentino, Gambassi, Pontedera, Altopascio,e via e via per le piane paludose dell’Arnaccio fino arrivare a Pisa, passando dall’aeroporto, dalle fabbriche di bottiglie di vetro, di mattoni, di tubi, di benzene, di nafta, di veleno, di lisciva, di sterco.


alla fine di nulla

“…si presume, si sentiva, delle cose mai fattibili, irrealtà che provenivano in quanto alla vita, al destino, eccetra, riguardo a noi omini, come cose possibili, questa, viene, dice, si sentiva, continua, storpiatura delle cose degli omini nella lingua degli omini stessi, vita, morte, e di seguito, eccetra, e altre intrusioni, questo esseri, omini, dice, cosiddetti, senza di senso, che parlavano per dare senso, pretendenti dare senso a ogni cosa, anche, quando, dice, fosse, egualmente, perduto, nessun senso di nulla, assoluto, relativo a ogni genere, avveniva travisavano, deformavano, eccetra, per natura precipua, di loro, questa, dice, si assisteva, a questa assidua continua storpiatura terrestre totale assoluta, eccetra, perpetua, tutto questo suo fratello, la gran parte degli scritti del suo fratello, riguardanti, dice, una parte, i colloqui all’ospedale, le altre parti, dice, ripete, torna a ripetere, a proposito il periodo della sua scomparizione, nella terra, definita, dei ghiacci, dei venti, e altre parti concerneti lui stesso, in prima, cosiddetta persona, riguardanti la sua vita, la insipienza generale della sua vita, il suo stato di uomo ridicolo, la schifezza del suo corpo, eccetra, cosa, dice, scrive, ripetuto più volte, sempre udito dagli altri, detto in faccia dagli altri, irrisione, dispregio, nei confronti di lui, se lo fosse deducile un concetto generale, dice, dagli scritti di suo fratello, non contando i capitoli sul paese dei venti, lo sarebbe la vergogna relativa al suo corpo grottesco, deforme, uno, due la irrisione dalla parte degli altri di questa deformità, tre, trapassata al suo spirito, et exergo, dice, quattro, l’esclusione in assoluto, nei suoi confronti, dalla vita degli altri anche fosse, dice, scrive, risultasse, poniamo, mai voluto aderire in pratica non solo alla vita degli altri, ma a nulla, come norma orientativa, era lui se n’era escluso idealmente da subito, in pratica, esiliato se medesimo, scrive, a ragione o a torto, dalla vita in comune, prima cosa come causa il suo corpo e secondo il suo spirito, aldidentro, rattrappito, senza avesse valore (volere), come invece si sentiva le genti, dicevano, che codesto valesse di questa cosa codest’altro quest’altra, se poi fosse che esistessero, i valori dichiarati, un conto, dice, l’era dichiarare questi valori, in se stessi, di suo, altro conto esistessero, si dichiara dei valori, quando invece di quei valori nessuna traccia, impossibile trovarle anche tracce di valori ideali esistenti, per un fatto di pura logica, quale fosse quale logica, dice, lo si avrebbe riscontrato lungo il corso dei suoi scritti residui, quando, dopo, infine, da ultimo, dalla terra delle tenebre, mare, diceva, oscuro, cielo buio, eccetra, o altre frasi tutte uguali, di questa specie, quando tutto sostenevano, in pratica, come il suo caso, provenuto dalla parte del suo carattere, dalla estrema debolezza, eccetra, del suo pensiero, e mancanze di questo genere, tutto quanto generatosi cominciando da bambino, dice, da appena nato, fino, dice, agli anni, a presa di culo, della maturità, della piena maturità, mentre tutto procedeva tra continui cambiamenti di case, sgomberi, traslochi, eccetra, che effettuarono la sua famiglia, specialmente dal momento che non fu mai più impiegato, il suo babbo, all’Istituto Geografico, con alloggio relativo, di legge, quando tutta la vita, in pratica, era stato impiegato a cotesto istituto, coi vantaggi, non solo in pratica di questo lavoro retribuito in un modo considerato di livello cospicuo, nei riguardi alla media, ma anche per dire, la pensione, in aggiunta, di mutilato, che ci aveva dalla nascita, come orfano statale, di guerra, e la loro mamma vedova, militare, equiparata, di legge.”

[Ferruccio Morganti, Alla fine di nulla, Edizioni Ospedaliere, Careggi 2009


altro che discorsi!

E per lei l’ora di andare, nel posto fosse quello l’unico posto che si fosse da un’altra parte, si sapesse come andarci, come lei sempre diceva, che lo sapesse, senza mai fosse tenuta in nessuna estimazione, altro che da qualcheduni, che non ne erano tenuti, stessa cosa uguale a lei, fosse come che ci avessero mancamenti nella sua mente, si vedesse dalla faccia, ci hanno, dice, lo dicevano, una faccia fa spavento, come il marchio distintivo dell’imbecille, il viso, gli occhi, eccetra, c’era un mondo, lei diceva, rimanesse innarrivato, da nessuno conosciuto, le persone conosciute, dove il modo di arrivarci lei l’avesse già trovato, tutti gnudi chi ci abita, no coperti uguale a noi, stanno gnudi, lei diceva, solo a buio che scompaiono, quende a buio il freddo viene, viene il freddo, tutto brina, bianco come fa la neve, caldo il giorno, sotto il sole, non si pole immaginare, e vento soffia, asciutto, nel grande cielo, e ondeggia, e fruscia, l’estensione dei canneti, lontano, sopra
l’acque risplendenti dei fiumi, macerie di paesi, sui
poggi aridi, senza nomi di che paesi, omi, fosse, qualcheduni, con la coda messa dietro, di cani, e anche
più similitudini, come bestie, la persona, o lupi, o tassi, o volpi, o cignali, e altri, di più spropositati, di complessione, rispetto ai paragoni visibili, di grandezza e facitura, come essere, pol’essere, anche orchi, che siino, e stanno, appare, dice, sui monti, lontano, si vede, appena, la stragrande maggioranza, con o senza della coda, come segno peculiare, ce n’è tanti gli animali, sono privi delle code, si ritiene obbligatorie, e questi, si vede, di più giuste, mettiamo, proporzioni, secondo si crede noi, abitare le macerie di antichi posti, la maggioranza, non si sa che posti erano, delle genti vi abitavano, eccetra, tempi passati, queste cose, lei diceva, che diceva di sapere, a cotesti l’ascoltavano, dove stavano intanati, non finendo mai di piovere, e siccome da mangiare cominciava a scarseggiare, non essendo di procacciarselo, si decisero a questo passo che se n’erano convinti di aspettare da tanto tempo, trapassare a quella parte che diceva di sapere la donna che lo diceva, con il dubbio, dubitassero, che si fossero decisi per il caso contingente che diluviava, anni e anni di discorsi, senza decidere, e ora questa estrema esagerazione, dovuta al piovere, fosse giusto, dubitavano, derivato da fatti, mettiamo, estremi, che li forzarono, pioggia infinita, cielo buio, eccetra, non potesse nemmeno chiamarsi una decisione, spinta da tali cose, di fori, no maturata, polesse esistere, restando, a ogni modo, restava, come somma finale, egualmente sempre zero, di tutto, e così alla fine seguitala, la zoppa che lo diceva, andessino, disse, dietro di lei, indove che li portasse, e loro ci andettero, il cammino che sapeva, o credeva di sapere.

[Agostino Sbaragli, Manoscritto Chiantigiano, 212-213]


gli eterni ritorni

“Aureliano, coadiutore di Aquileia, apprese che alle rive del Danubio la nuova setta dei monotoni (chiamati anche anulari) affermava che la storia è un circolo e che nulla esiste che non sia già stato e che sarà nuovamente. Sulle montagne, la Ruota e il Serpente avevano sostituito la Croce. Tutti temevano, ma li confortava la voce che Giovanni di Pannonia, che s’era distinto con un trattato sul settimo attributo di Dio, avrebbe impugnato una così abominevole eresia.
Aureliano deplorò le nuove, soprattutto l’ultima. Sapeva che, in materia teologica, non c’è novità senza rischio; poi rifletté che la tesi di un tempo circolare era troppo dissimile, troppo stupefacente, perché il rischio fosse grave. (Le eresie che dobbiamo temere sono quelle che possono confondersi con l’ortodossia.) Maggiormente gli dolse l’intervento – l’intrusione – di Giovanni di Pannonia. Due anni prima, questi aveva usurpato col suo verboso De septima affectione Dei sive de aeternitate un argomento riservato ad Aureliano; ora, come se il problema del tempo gli appartenesse, si apprestava a correggere, forse con argomenti di Procusto, con rimedi più temibili del Serpente, gli anulari… Quella notte, Aureliano sfogliò le pagine dell’antico dialogo di Plutarco sulla fine degli oracoli; al paragrafo ventinove, lesse una beffa contro gli stoici che sostengono un infinito ciclo di mondi, con infiniti soli, lune, Apolli, Diane, e Poseidoni. La scoperta gli parve un pronostico favorevole; risolse di precedere Giovanni di Pannonia e di confutare gli eretici della Ruota.
C’è chi cerca l’amore di una donna per dimenticarsi di lei, per non pensare più a lei; Aureliano, allo stesso modo, voleva superare Giovanni di Pannonia per guarire dal rancore che questi gl’infondeva, non per nuocergli. Preso dal lavoro, dalla costruzione di sillogismi e dall’invenzione d’ingiurie, dai nego, dagli autem e i nequaquam, dimenticò il rancore. Eresse vasti e quasi inestricabili periodi, folti d’incisi, dove la negligenza e l’errore parevano forme del disdegno. Della cacofonia si fece uno strumento. Previde che Giovanni avrebbe fulminato gli anulari con gravità profetica; optò, per non coincidere con lui, per lo scherno. Agostino aveva scritto che Gesù è la via retta che ci salva dal labirinto circolare nel quale vagano gli empi; Aureliano, laboriosamente comune, li paragonò a Issione, al fegato di Prometeo, a Sisifo, a quel re di Tebe che vide due soli, alla balbuzie, a pappagalli, ad echi, a mule di noria e a sillogismi bicornuti. (Le favole dei gentili duravano ancora, ridotte a ornamento.) Come tutti coloro che possiedono una biblioteca, Aureliano si sapeva colpevole di non conoscerla completamente; quella controversia gli permise di compiere un atto riparatore verso molti libri che parevano rimproverargli la sua negligenza. Così poté incastonare un passo dell’opera De principiis di Origene, dove si nega che Giuda Iscariota tornerà a vendere il Signore, e Paolo ad asistere in Gerusalemme al martirio di Stefano; e un altro degli Accademica priora di Cicerone, nel quale questi si burla di coloro che sognano che, mentre egli conversa con Lucullo, altri Luculli e altri Ciceroni, in numero infinito, dicono esattamente le stesse cose, in infiniti mondi uguali. Infine si valse contro i monotoni del testo di Plutarco, denunciando come uno scandalo il fatto che sapesse servirsi meglio un idolatra del lumen naturae, che essi della parola di Dio. Nove giorni gli prese quel lavoro; il decimo, gli fu consegnata una copia della confutazione di Giovanni di Pannonia.

[Borges]


suscitazioni

“Il punto è che per poter governare e ottenere risultati è necessario il consenso e questo, a sua volta, per poter essere profondo e strutturato, richiede che la Nazione ritrovi dentro se stessa elementi di solidarietà, di condivisione, di fiducia in un comune destino. È in altre parole necessario che dopo la disgregazione di quelli vecchi, si creino nuovi “legami” sociali, etici, culturali, perfino religiosi. È questo, a mio giudizio, il problema centrale del nostro Paese ed è qui che si fondano le possibilità di successo dell’attuale presidente del Consiglio. Se non si genera questo nuovo vincolo culturale e politico, l’Italia non uscirà dalla crisi in cui si dibatte da decenni. Si creano solo illusioni, con il rischio di gravi contraccolpi su tutti i piani, anche su quello della tenuta democratica della Nazione. Siamo a un passaggio delicatissimo per l’attuale governo – e per la Nazione – anche se non tutti se ne rendono ancora conto.”

[Michele Ciliberto, L’unità]