Archivi del mese: giugno 2015

VOMITO DI DONNA

avevamo circa 14 anni, io,
Baldy e Norman,
eravamo seduti nel parco
del quartiere
a bere birra rubata
attorno alle dieci di sera.

poi vedemmo un’auto accostare
al marciapiede.
si aprì lo sportello e una donna
si sporse e vomitò
in strada.
ne lasciò andare un bel
carico.
per un pò retsò lì.
poi venne fuori dalla auto
e s’avviò nel
parco.
zigzagava
un poco.

“è sbronza” disse
Norman “scopiamocela”

“ok” dissi io

“ok” disse Baldy

avanzava
nel parco
sbilenca.
era massiccia
ma giovane
belle tette
belle gambe
traballante sui
tacchi a spillo.

“me la faccio”
disse Baldy

“me la faccio”
disse Norman

allora ci vide
seduti sulla panca

“oh”disse

venne più vicino
attonita

“oh siete solo dei
bravi ragazzi…”

“che ne dici di un drink
baby?” chiese
Norman

“oh no, ho bevuto
troppo, mi sento
uno schifo, ho
litigato col mio
uomo…”

ondeggiava
alla luce della luna.

“cos’ha lui che
non ho io?”
chiese Norman.

“non esagerare”

“vieni qui baby
ho qualcosa da
mostrarti”
disse Baldy

“me ne vado”
disse
lei e fece per
allontanarsi

Baldy saltò su
(mezzo sbronzo)
per seguirla

“ho qualcosa
per te baby”

la donna si mise
a correre
e Baldy
dietro

quando provò
ad acchiapparla
mancò la presa, urtò
contro le sue grosse
chiappe e cadde
nell’erba.

la donna raggiunse
l’auto
accese e
sparì in fondo
alla strada.

Baldy
tornò
camminando
verso di noi

“merda, che troia”

sedette con noi
sulla panca
agguantò la sua lattina
e buttò giù
un gran sorso

“ne voleva
eccome se ne
voleva” disse

“hai fegato
Baldy”dissi io

“pensi che
tornerà?” chiese
Norman

“sicuro” disse Baldy
“vuole questo
uccellone
che ho in tasca.”

non credo che nessuno di noi
pensasse di vederla tornare
ma sedemmo lì
a bere birra
e ad aspettare.

eravamo tutti
vergini
ma allora ci sentivamo
dei portenti
lì seduti a fumare
svuotando lattine di
birra.

più tardi saremmo tutti
andati a casa a
masturbarci
pensando alla donna
nel parco
baciando la sua bocca al whisky
le sue gambe alte
alla luce della luna
mentre
la fontana del parco
sputava
acqua
e i nostri genitori
dormivano
nell’altra camera da letto
stanchi di
tutto.

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PIOGGIA, SOLO PIOGGIA

Piove e tu dici è come se le nuvole
piangessero. Poi ti copri la bocca ed affretti
il passo. Come se quelle squallide nuvole piangessero?
Impossibile. Ma allora: da dove questa rabbia,
questa disperazione che ci condurrà tutti al diavolo?
La Natura nasconde alcuni dei suoi processi
nel Mistero, il suo fratellastro. Così questa sera
che consideri simile a una sera da fine del mondo
più presto di quel che credi ti sembrerà soltanto
una sera triste, una sera di solitudine smarrita
nella memoria: lo specchio della Natura. Oppure
la dimenticherai. Né la pioggia, né il pianto, né importano
i tuoi passi che risuonano durante il percorso sulla scogliera.
Ora puoi piangere e lasciare che la tua immagine si disperda
nei parabrezza delle auto ferme lungo
la via del mare. Ma non puoi perderti.


TEOLOGIA

eravamo sui 10-11 anni
quando andammo
dal prete.

bussammo
aprì
una cicciona sciatta-
“sì?” domandò.

“vogliamo vedere
il prete,” disse uno di noi.
penso fosse Frenk
che lo
disse.

“Padre,” la donna
girò la testa,
“dei ragazzi vogliono
vederla.”

“falli venir
dentro,” disse
il prete.

“seguitemi” disse
la cicciona sciatta.

la seguimmo.
il prete era
nello studio.
seduto alla
scrivania.

mise via
delle carte.

“sì, ragazzi?”

la cicciona
se la filò.

“ebbene,” dissi io.

“ebbene,” disse Frank.

“sì, ragazzi, proseguite…”

“ebbene,” disse Frank,”ci
chiedevamo se c’è davvero
Iddio.”

il Padre sorrise.

“ma certo
che c’è.”

“e dov’è?”
domandai io.

“voi ragazzi non avete
studiato catechismo?
Dio è ovunque.”

“oh” fece Frank

“grazie, Padre,
volevamo solo
esser certi” dissi io.

“non c’è problema,
ragazzi, mi fa piacere
che abbiate chiesto.”

“grazie,Padre,”
disse Frank.

facemmo entrambi una specie di
inchino, poi
girammo
e uscimmo
dalla stanza.

la cicciona sciatta
ci aspettava.
ci guidò lungo il
corridoio sino alla
porta.

passeggiammo su e giù
per la via.

“mi domando se
la chiava” chiese
Frank.

guardai intorno in cerca di Dio,
poi risposi:
“certo che no”

“ma cosa fa
quando è
eccitato?”
chiese Frank

“probabilmente prega”
dissi.

“non è la stessa
cosa” disse Frank

“lui ha Dio”dissi
“non ha bisogno
di quello.”

“secondo me
la chiava” disse Frank.

“ah sì?”

“già
perchè non andiamo
a chiederglielo?”

“vacci tu a chiedere”
dissi”sei tu
il curioso”

“ho paura”
disse Frank

“hai paura di Dio”
dissi

“bè tu non ce l’hai?”
domandò

“sicuro”

poi ci fermammo a un
semaforo rosso, aspettando il
turno
nessuno di noi era stato
a messa da
mesi.
era noioso.
era più divertente
parlare col
prete.

venne il verde e
attraversammo.


LACRIME

Ventiquattro anni mi rammentano le lacrime degli occhi.
(Sotterra i morti se hai paura che vadano alla tomba con le doglie.)
Nell’arco della porta naturale stavo accosciato come un sarto
A cucirmi il sudario per il viaggio
Alla luce del sole divoratore di carne.
Tutto agghindato per morire, il sensuale incedere iniziato,
Con le mie rosse vene piene zeppe di soldi,
Verso la meta conclusiva, la città elementare,
Io vado avanti quanto è lungo il sempre.


TELEVISIONE

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione) non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre.


DESIDERIO

Una mattina del febbraio 1960, a Milano, l’architetto Antonio Dorigo, di 49 anni, telefonò alla signora Ermelina.
“Sono Tonino, buongiorno sign…”
“È lei? Quanto tempo che non si fa vedere. Come sta?”
“Non c’è male, grazie. Sa in questi ultimi tempi un mucchio di lavoro e così… senta potrei venire questo pomeriggio?”
“Questo pomeriggio? Mi faccia pensare… a che ora?”
“Non so. Alle tre, tre e mezza”
“Tre e mezza d’accordo”
“Ah senta, signora…”
“Dica, dica”
“L’ultima volta, si ricorda?… insomma quella stoffa per essere sincero non mi finiva di piacere, vorrei…”


MAI CREDERE AGLI OMINI!

Mai credere all’infelicità degli omini. Domadategli subito, allora, se potessero ancora dormire. Se, sì, tutto bene. Questo basta. Non mi succedeva più, a me
di dormire del tutto. Avevo perso l’abitudine di questa specie di fiducia che occorre avere,totale immensa,per riuscire a dormire profondamente in mezzo agli omini. Avrei avuto bisogno, almeno, di una malattia, di una febbre,di una catastrofe precisa, per poter ritrovare un po’ di indifferenza, neutralizzare la mia inqiuetudine e ritrovare la mia animalesca divina tranquillità. I soli giorni sopportabili che mi potevo ricordare, lungo il corso di tanti anni, erano quelli di qualche pesante influenza, con la febbre alta.