Archivi del mese: agosto 2015

COSE GIA’ VECCHIE

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MORTI (O QUASI)

Vero anche che lo fossero tutte genti condannate, essi stessi lo sapevano, dello stato le cose, siamo tutti, si sentiva, egualmente condannati, dentro il mondo del lavoro, non potendolo evitare, c’è il lavoro, si sentiva, e poi più nulla, si rientra come addetti degli Uffici Esattoriali, proveniva, mugolavano, gli impiegati tutti grigi, si lavora da impiegati, si sentiva blateravano, nelle varie postazioni, e poi dopo lunghe file, chi non erano occupati, agli Uffici del Lavoro, fino a verso Rovezzano, piazza Tasso, via Minghetti, viale Bembo, via Milano, fino a essere, poteva, dalle parti di Rignano, Casellina, Gambassi, e oltre, che si avessero a sbrigare, chi cercasse occupazione, Ministero Agricoltura, c’era scritto ai tebelloni, manovali a basso costo, adibiti a sterratori, la mattina si movevano, quando tutto ancora buio, aria fredda, nebbia oscura, non vedevano nessuno, con prudenza camminavano, lungo alti muraglioni, fino a che non terminava, che ci fosse abitazioni, sempre vento c’era, gelido, senza smettere un minuto, fino al bosco dei rumori, si sentiva, dice, sempre, di continuo, questi rumori provenire dalla selva degli alberi, c’era genti sostenevano che lo fossero i rami nel vento, nel buio, nel freddo nell’umido, eccetra, si intercetta dei rumori e si credono normali, lo si crede, ripetevano, che lo sia provenuto dal vento, dagli alberi, dal buio o che altro, e era invece i loro morti che venivano tra i vivi, due ce n’era di persone che sentivano i rumori, una le persone di tutte le categorie possibili immaginabili che lo erano, in pratica, tutti, teste di cazzo, e due quelli che arguivano i discorsi dei cadaveri, sotto forma di di lamenti del vento, di versi di gufi, di serpi, di rane, di topi, eccetra…


Il SECONDO POPOLO

Che c’era, dice, si vedeva, dicevano, queste masse di pezzenti sempre più grosse, fuori ogni regola, che premevano sullo Stato Sociale, mentre altri sostenevano fosse in atto la ripresa, l’è in atto, si sentiva, una debole ripresa, destinata ad aumentare, l’è già in via di accrescimento la futura produzione, c’è dei dati matematici che la fanno presagire, c’è soltanto ancora poco da dovere più aspettare, verrà un nuovo accrescimento della macchina industriale, mentre intanto si ammassavano, queste masse di merdosi, ai recinti demaniali, sono bell’e penetrati, si sentiva, che sbraitavano, i normali cittadini, nelle terre dello Stato, c’è le terre dello Stato, destinate alle pinete, agli uccelli, eccetra, e le stanno spopolando, queste masse scellerate non c’è più, dice, bociavano, un uccello , una pianta, nulla, che non l’abbiano trinciato, e quegl’altri costruivano dei ripari provvisori, circondati di fossi, se lo fusse che venissino, urlavano, qualcheduno fra i coglioni, prima sprofondati nei fossi, diodiavolo, e poi un palo in culo, infilzato.


DEDICATA A MANLIO!


FINISTERRE

Tutto quanto che svaniva, nel silenzio più totale, finito il lavoro obbligatorio, degli omini adibiti, in fondo, il rumore, si perdeva, che escivano, diventava tutto buio, l’universo della tenebre, dove dentro scompariva tutte le cose, per le triste infinitudini, si accendevano le luci, nella notte universale, dentro casa tutti chiusi, le famiglie coi figlioli, non usciva più nessuno, tra milioni di altre case, chiuse.


METROPOLIS

Mica giusto, gracidavano, esistessi persone pretendessino vivere senza che lavorassino, persone, gracidavano, non avessino mai lavorato, tutta la vita, che vivessino spesati coi quattrini noi versassimo. I quattrini dello Stato, si sentiva, bociavano, sono quelli s’è versati! Tutto quello si versasse viene tutto snaturato! Non lo fosse che versassimo perché tutto snaturasse!E quegl’altri sostenevano non evessino versato perché fussino sempre stati senza lavoro, mai lavoro mai avuto, berciavano, mai nemmeno usufruito dei sussidi di Stato, previsti per legge. C’è, bociavano, dei sussidi, da poterne usufruire, che noi mai ne usufruimmo, diodiavolo. E quegl’altri ritenevano che mentissino, che non solo non avessino lavorato perché non avessino voglia di fare un cazzo, loro e le sue famiglie merdose, ma anche avessino goduto di svariati sussidi, anche fusse non dovuti. Mentre intanto su ogni cosa calava
il buio delle notti piene di fumo, dalle gomme dei camion bruciati lungo le strade, dietro le case degli sfollati. Sono autori gli sfollati, berciavano, degli incendi che si vede. E veniva questi incendi, la notte, sempre più grossi, che bruciavano l’aria.


VERGOGNARSI DI CHE?

Dunque, le seghe. Non ha senso per niente (che senso ha?) calarti giù i calzoni per cacare e poi, perché sei troppo pigro per rialzarti, o per fare altre mosse, metterti a mungere la mucca (con pensieri adeguati) e far schizzare il latte alla fine, col suo fremito dolce, all’acuto finale, farlo schizzare in giù, fra le cosce, quando la spinta in quell’attimo è invece all’insù, in avanti, in fuori, nello sforzo per far venire tutto quanto fuori, radunandolo lì da ogni canto dei lombi, e per spingerlo fuori pulsante fremente manichetto… No, con l’affare che starnazza lì sotto… No, a parte che il sedile del cesso impedisce all’uccello la cabrata naturale… al momento supremo ti prende un grande scoramento, perché non lo puoi ficcare dentro, spingerlo oltre, in dentro oltre lo spasimo… ma stai là stupidamente (in posa cacatoria) e lui come un cretino spande il suo succo verso il basso per scrupolo di igiene e di convenienza, miserabile, povero goffo uccello desolato, anzi castrato addirittura, e tu con le gambe imprigionate nei calzoni calati e la camicia fuori penzoloni, alla cacatora… e neanche ti gusti il guizzo finale, che ti svuota, e alla fine che hai fatto? non hai fatto altro che prosciugare i lombi, come ad averci infilato uno strofinaccio per tirarlo fuori intriso, dopo aver ripulito il serbatoio della brama di vivere.