Archivi del mese: novembre 2015

CONTEMPORANEITA’

Di norma, gli uomini aspettano la delusione: sanno che non devono spazientirsi, che presto o tardi verrà, che accorderà loro la dilazione necessaria perché possano dedicarsi alle occupazioni del momento. Diverso è il caso del disingannato: per lui la delusione sopraggiunge contemporaneamente all’atto; non ha bisogno di spiarne l’arrivo, essa è presente. Affrancandosi dalla successione, egli ha divorato il possibile e reso superfluo il futuro. «Non posso incontrarvi nel vostro futuro» dice agli altri. «Non abbiamo un solo istante che ci sia comune». Perché per lui l’insieme del futuro è già qui.

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MONTEDOMINI

Quande tutti, ripetevano, più fatale a Montedomini, che altri posti possibili, se lo fosse, sostenevano, in un altro ospedale, egualmente probabile una morte qualsiasi, Montedomini sicuro, dimostrato dai fatti, come sempre succedeva tra i degenti obbligatori, che ce n’era, dice, kilometri, camerate sterminate di degenti addizionali in istato d’attesa, o per cause cardiopatiche o di assenza cerebrale, poco importa le ragioni, si descrive le ragioni, e rimane tutto uguale, mentre ci era queste camere immense, for di misura, di malati staminali, alla fine delle cure, l’è, diceva, ormai esaurito, il periodo delle cure, troppo a lungo li curarono, venne il tempo di cessare, solo pochi ne restavano, che venissero trattati, provenuto dai parenti, il mandato coercitivo, o se invece preferivano che rientrassero alle case, se rientraste, ripetevano, nell’inferno delle case, non soltanto non potevano che venissero assistiti, anche fosse icché lo fosse, sempre meglio, ripetevano, che l’inferno delle case, nelle case, minacciavano, no soltanto non trattati in nessuna terapia, ma egualmente abbandonati, dalla mattina alla sera, l’è la sera che tornavano, le famiglie dei figlioli, dopo l’ore, gli berciavano, di durissimo lavoro, vi si chiude, minacciavano, se si vole riposare, e li chiudevano negli armadi, in mezzo a cappotti, coperte, eccetra, che ci stavano, dice, anche le tarme, e comunque molto meglio non pensassero tornare, come infatti nessuno, levati qualcheduni che vivevano soli, che ci avevano, dice, la fortuna di stare soli, o che fosse tutti morti, famiglie, parenti, vicini, eccetra, o che fossero scappati di casa quande fu il tempo, ora almeno ritornavano, alle case, solitari, s’è levato la corrente, avvisavano il comune, l’acqua, il gasse, sigillavano, non evessero a rientrare, ma la massa rimanevano, no soltanto inverosimile che sortissero, ma anche quelli lo volessino, impossibile ottenere che lo potessino, vi si portano domani, dice, i fogli, dicevano, c’è svariate procedure, mentre intanto li trattavano, vi si tratta, sostenevano, terapie cautelative, di natura obbligatoria, in pratica, attuata dal Comune, l’è il Comune ad attuarla, per il bene generale, non esiste, ripetevano, trattamenti ultimativi, li trattavano soltanto per misura preventiva, tanto, dice, lo ignoravano tutto quello si svolgeva, solo, cose, si sapesse, il momento che venivano, e basta, mai nessuno lo sapesse il destino proveniva, ma nessuno la cambiasse, la maniera procedeva, anche fosse, se lo fosse, si polesse si sapeva, avveniva s’attuasse, senza altro concepibile, come, tutto, a agni modo, uguale a un-nonnnulla fluttuante, nello spazio siderale, se lo fosse intuibile, o piuttosto, più simile, un nebbioso come alone di solo vuoto, da per sempre, in eterno, pervadente ogni cosa…


LA CASA DEI RICORDI

Nel corso della storia l’area del nostro cervello è stata spesso paragonata a un palazzo che contiene una quantità infinita di dsale in cui tutte le nostre raccolte di ricordi in continuo ampliamento prendono posto in scomparti o livelli diversi.
Il primo che risulta abbia avnzato questa teoria è il poeta greco simonide, vissuto tra il VI e il V secolo a.C.
Di lui si narra che un giorno partecipò a una festa in un palazzo. Dopo che se ne fu andato, il tetto crollò uccidendo tutti coloro con cui aveva appena fimito di parlare bere e mangiare. esseri umani vivi che di colpo non c’erano più. Quando si rese conto di essere in gardo di vedere tutto quanto davanti agli pcchi, fin nei minimi dettagli, così come era primaq che il tetto crollasse, cominciò a immaginare che il palazzo esistesse nel mondo esterno tanto quanto nel suo mondo interiore. Con la differenza che nel suo cervello il tetto non era crollato


NEL MONDO DEGLI ARCIFANFANI

Difficile si mostri l’arcifanfano, da sé stesso di persona, quelle robe gli portano i ciucai, manda orchi inferiori che tiene al suo servizio, a levarle dai barrocci, o altre creature, come mostri della natura, o animali parlanti, o nani, adibiti a disbrigargli questa e altre faccenduole, trasportargli le cibarie che gli viene sui carretti, eccetra, a loro e altri orchi più umani, cosiddetti, sacchi panaccio duro da ingolfare tegamoni pieni di sugo, che a loro garba tantissimo, aglio, zucche, peperoni, cipolle, diodiavolo, tutta roba fatta da noi, dice, queste vecchie merdaiole, della quale sono avidi, che sempre cicciaccia cruda che procurano nei boschi di bestie e di omini, madonnaciuca, ragazzotti che si spersero nelle paludi e li trovarono gli orchi, per loro grande sventura, e anche, aperti, bambini più teneri, sui loro cavalli, e vino, gli garba, a bestia, botti, quante massimo ne pole sopra i barrocci, da schiantarle, le ciuche rifinite, e donne, pole sia, ne volessero, legate sopra, da usarle in casa pei servizi che c’è bisogno, compreso anche montarle, volendo, quelle diavole, quande andessino in calore, in cambio delle pelli si fa coperte, e purghe, e impiastri, questi nani loro servi n’hanno ricette, segrete, per il male degli occhi, o catarri, pole sia, fermi dove che si respira, o nel capo, per l’aria fredda, quande gela, l’infinito del cielo, dice, senza luna, negli spazi c’è nei corpi, voti, entrano i mali, dal buio, la più parte, dal fradicio, dall’aria vicino ai morti, vanno subito bruciate tutte quante le carogne, sempre legna averci pronta per dargli foco, cadaveri di omini o bestie morti, stare via dall’acque ferme, piante sia marcite dentro, o la merda di persone, o altre bestie, o fosse paludi, o stagni, o escrementi lasciati, pussa via malati, subito, fussi ancora alcuni sani, e la meglio la sarebbe stare ognuni i cazzi sua, non sentino brutti miasmi, più lontano cacando che ci si dorma, che succede, invece, iodiavolo, cacarsi addosso, quasi, tra noi, uguale anche si vede i polli, stando sempre insieme attaccati, questi animali più stupidi, lo stesso si vive noi pidocchiosi, tra il respiro di corpi guasti…


LA COLPA DELLA COLPA

Dimenticare, pensava, se lui avesse potuto, no solotanto quella parte, la prima(cosiddetta) della sua vita, relativa alla rovina della famiglia dove era nato, dove aveva vissuto gli anni della sua gioventù disgraziata, ivi incluse quelle colpe che gli avevano inculcato, o le avesse realmente, pensava, davvero, dentro sé, se esistesse le colpe, in se stesse, se lo fosse possibile, lo sarebbe stato eguale, fosse state colpe vere o che altro, esistite già sempre di suo, dalla nascita, o venute per la causa (o le cause)che furono, fino a quando la rovina di quella che ora lui chiamava la famiglia non sua, come quasi non fosse stata la sua famiglia colpe, pensa, che lui ora (ne è sicuro) se le era sentite addosso da appena nacque, ovviamente, stante, comunque, oggetivo (per dire) il fatto non solo che lui aveva da sempre scontato subito il suo carico delle pene, nella la casa dove era nato, fino a quando resistibile, e poi infine era partito, per andare dove era andato, per tornare solo dopo che tutto si era armai terminato nel modo che si era terminato eccetra.


PENSIONI DI MERDA

Gli facevano sentire che era un male che faceva, riscotesse la pensione, s’era messo a fare il conto, del suo stato dei consumi, se era questo pretendevano, la corrente non la usava, stufa a gasse, col propano, stava a letto, a testa sotto, col cappello comunale, perché il sangue nel cervello continuasse a circolare, lo sentiva, che tardava, impossibile dormire, ce ne fossero a migliaia, tormentati da ossessioni, come tanti, ultimamente, non riescivano a cacare, l’intestino sempre pieno, senza mai di defecare, orzo, avena, da vitelli, bisognava trangugiare, fare massa, si sentiva, gli dicevano i dottori, per vedere se alla fine li riescisse evacuare, con le purghe è ancora peggio, qualcheduni sostenevano, tutto il tempo la paura, non potersi liberare, che ha capito, si sentiva, riscotesse la pensione, tutti quelli non cacavano, ci si avrebbero i milioni, e non pochi, mentre invece li tassavano, e dovevano pagare, pagare, risonavano le voci, in mezzo ai muri.


ALL’AAARMI, ALL’AAARMI, OGNUNO IL SUO FUCILE, E CHI NON VUOLE E’ UN VILE!!!

Un esercito forte, di popolo, contro ogni pericolo.
Un fucile (mitragliatore)ogni famiglia, una mitragliatrice (pesante) ogni condominio. Una bomba a testa, un mortaio, un lanciafiamme, un bazooka, munizioni a volontà…

Far la guardia, giorno e notte,
Fino a aver le palle rotte!