Archivi del mese: dicembre 2015

A UN POETA (COSIDDETTO) MINORE

Dov’è la memoria dei giorni
che furon tuoi sulla terra e intrecciarono
gioia e dolore e furono per te l’universo?

Il fiume numerabile degli anni
li ha dispersi; sei una parola in un indice.

Dettero ad altri gloria senza fine gli dei,
iscrizioni ed eserghi, monumenti e diligenti storici;
di te sappiamo solo, oscuro amico,
che una sera udisti l’usignuolo.

Tra gli asfodeli dell’ombra, l’ombra tua vana
penserà che gli dei son stati avari.

Ma i giorni sono una rete di comuni miserie,
e c’è sorte migliore della cenere
di cui è fatto l’oblio?

Su altri gettarono gli dei
l’inesorabile luce della gloria, che guarda nell’intimo ed
enumera ogni crepa,
della gloria, che finisce col far avvizzire la rosa che venera;
con te, fratello, furono pietosi.

Nell’estasi d’una sera che non sarà mai notte,
tu odi la voce dell’usignuolo di Teocrito.
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NECROPOLIS

Furono 15 mila i decessi per colera, tubercolosi, malaria e fame tra i prigionieri austroungarici nella guerra 1914-1918. Ma anche nel 1919 a guerra conclusa

L’ecatombe dell’isola dell’Asinara fu l’episodio più triste e penoso della guerra italiana.

La storia vergognosa del lager dell’Asinara comincia, per i prigionieri austroungarici, nel 1914 a seguito delle tre offensive lanciate contro la Serbia e delle successive controffensive serbe, l’ultima delle quali era culminata con la ripresa di Belgrado che comportò la cattura di 40.000 austroungarici.
In tutto i prigionieri austroungarici dei serbi furono circa 76.000 e di questi fino a ottobre 1915 ne morirono di colera, malattie e congelamento circa 29.000.

Tra i reparti dell’esercito austriaco mandati in Serbia nell’agosto 1914 vi furono anche formazioni di soldati tirolesi, tra le quali alcune reparti di Landsturm tirolesi: il reggimento n. 1 (circa 2.000 uomini del gruppo di lingua tedesca e 1.000 uomini del gruppo ladino e italiano) e il reggimento n. 2.
A questi si aggiunsero successivamente tre reparti di mitraglieri del II reggimento dei Landesschützen e nei mesi successivi il battaglione n. 27 del Landsturm oltre a un altro reparto di mitraglieri del I reggimento I dei Landesschützen.

Nell’ottobre del 1915, Austria, Germania e Bulgaria attaccarono questa volta la Serbia a tenaglia impedendo ai serbi sconfitti una facile ritirata verso la Grecia.
I serbi, nella ritirata, passata sotto il nome di marcia della morte, portarono con sé, senza averne i mezzi, circa 50.000 prigionieri (di varie nazionalità soggette tedesche, italiane comprese) e attraversarono in fuga il Montenegro e l’Albania giungendo fino a Valona.
Qui arrivarono circa 24.000 prigionieri sopravvissuti (una violenta epidemia, oltre a stenti inenarrabili, aveva colpito gli sventurati nel corso della marcia della morte), che furono consegnati agli italiani, mentre un altro troncone dell’esercito serbo in fuga arrivò a Durazzo e poi fu trasportato a Corfù per essere riorganizzato dai francesi.

I prigionieri austroungarici presi in carico dagli italiani dovevano, una volta ristabiliti, essere consegnati alla Francia, a seguito di accordi intercorsi con la Serbia.
Gli Italiani li trasportarono quindi all’Isola dell’Asinara (Lazzaretto di fine ‘800) con un ponte navale nel periodo che va da dicembre 1915 a metà gennaio 1916.
Qui giunti morirono altri 5.000 prigionieri (sempre a causa del colera e degli stenti subiti per la lunga marcia). Di molti non si conobbero nemmeno i nomi. Nel corso del solo viaggio di trasferimento da Valona all’Asinara ne furono gettati a mare, morti, circa 1.500.

Giunti a terra, i prigionieri si trovarono di fronte a un’isola disabitata, senza acqua e senza nessuna costruzione in pietra. I malati furono ospitati in tende, situate tra i cespugli, mentre gli altri andarono a rifugiarsi sulla montagna.
Data l’assenza di qualsiasi organizzazione ospedaliera, la mancanza di cibo e di ricoveri, il numero delle morti fu nei primi giorni altissimo.

Scrive il gen. Giuseppe Carmine Ferrari, comandante militare dell’isola: «Nessuna parola potrà mai descrivere lo spettacolo offerto dallo sbarco di quei disgraziati. (…) Essi più non conservavano l’aspetto dell’uomo civile e il loro sguardo avido fissava i soldati italiani, quasi a implorare soccorso per la più grande delle sofferenze loro, per quella che tutte le altre vinceva: la fame».
Prima del 6 gennaio 1916 erano morti già 1.300 prigionieri (lettera di Salandra a Sonnino del 6 gennaio 1916, in S. Sonnino, Carteggio I9I4-I9I6, a cura di P. Pastorelli, Bari 1974, pp. 661 sg.).
Il 7 gennaio si verificarono 128 morti, 168 l’1l, 181 il 12, e così via per le prime tre settimane di gennaio. La situazione migliorò in seguito, ma ancora a marzo risultava una media di circa 10 morti al giorno, soprattutto per tubercolosi (dal 6 gennaio al 13 luglio si registrarono 1.424 morti): cfr. Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Ufficio Storico, G. C. Ferrari, Relazione del campo di prigionieri colerosi all’isola dell’Asinara nel I91’5-I6, Roma 1929, pp. 18 sgg., 26-45, 122 (Ferrari era il generale comandante il presidio dell’ Asinara). Cfr. anche Mortara, La salute pubblica in Italia cit., pp. 385 sgg.

A luglio del 1916 i prigionieri guariti – circa 16.000 ( perché gli italiani trattennero gli ufficiali, i prigionieri di lingua italiana e tedesca se germanici) furono consegnati alla Francia.
Tra i trattenuti i sud-tirolesi (di lingua tedesca e di lingua italiana) di cui si è trovata una esile traccia nel Bollettino dei Richiamati edito nel periodo della guerra.
Da notizie dell’aprile 1916 tra i sopravvissuti ci furono circa 300 prigionieri di lingua italiana (trentini e dalmati). Di alcuni soldati trentini sono stati rintracciati i nominativi, consentendo una ricostruzione della nostra storia, così come dei soldati austriaci dell’attuale Sud-Tirol Alto-Adige fatti prigionieri dall’esercito italiano successivamente dal luglio 1916 al novembre 1918 e morti all’Asinara per malattia.

Ma la storia dei campi di concentramento dell’Asinara non finisce qui soprattutto per i Trentini.
A guerra conclusa, dal novembre 1918 ai primi mesi del 1919 furono tradotti nei campi di concentramento dell’Asinara circa 300 trentini ex-prigionieri dei russi che, rientrati in Italia per riabbracciare le proprie famiglie, furono bloccati a Innsbruck dall’Esercito italiano in quanto sospettati di propaganda bolscevica e tradotti quindi all’Asinara per un periodo di «osservazione», prima della loro definitiva liberazione a seguito di pressanti richieste del Vescovo di Trento. S.E. Mons. Celestino Endrici.


SE LO FOSSE POSSIBILE ECCETRA

che vivevano, dice, ripete, in questa, dice, città non solo di merda dal punto di vista cosiddetto architettonico, urbanistico, eccetra, sanitario-abitativo, stradale, ma anche, finalmente, da ultimo, l’estinzione totale, etnologica, dove dice, ripete, da ultimo, solamente abitato da una torma di vecchi anziani, solo case tutte piene di vecchi anziani resi cattivi, se lo fosse non lo fossero, ammettiamo, cattivi, per sua natura no soltanto gli anziani, ma le genti, totalmente, comuni, come i vecchi che i giovani, in toto, dove invece, alla fine, lui, dice, il fratello, ripete, trasmigrato nella casa abbandonata, nel paese, scrive, dei venti, dei ghiacci, dei boschi, eccetra, non più, scrive, tramezzo alla massa di persone urlanti bocianti, inculantisi, eccetra, metaforici o meno, stante sempre tutto intorno la marmaglia di persone, da una parte, dice, scrive, intorno, la marmaglia di persone di nessun conto circostanti la casa, affacciati sui cortili condominiali, sui giardini a comune, eccetra, da quell’altra strade vote, grige, senza nessuno, dove dice, dicevano, il Comune, a un certo momento, obbligato di fare chiudere no solo il traffico, il passaggio, cosiddetto, stradale, o qunt’altro, ma anche, dice, ordinato di tenere sbarrato, porte finestre, ogni cosa, che, si entrava, ripetevano, che si era costretti ad entrare nelle sue case no il portone regolare, come i tempi che furono, ma un ingresso posteriore, di natura artificiale, adibito dal Comune, eccetra, la quale, diceva, lo era stato obbligato a questa estrema misura dal bociare incontenibile che veniva da ogni dove, tutt’intorno le strade, che c’era, dice, oramai, proveniva questo iniquo bociare, for di misura, dalla massa enorme del popolo, che le strade no soltanto non lo erano più vivibili, ma ostili, come fu proclamato, nell’ordinanza, anche fosse, dice, che delle ordinanze non gliene importava un cazzo a nessuno, di regola, l’ordinanza di chiusura totale si era, in effetti, instaurata automatica, allo stato dei fatti, sendo, tanti sostenevano, che vi fosse uno stato dei fatti, pre-esistente, materico, quande altri pretendevano che lo fossero eventi provenuti dagli omini, no autonomi, fosse pure situazioni, nelle quali si trovavano, si potesse intervenire, che, dicevano, che il mondo non lo era per se solo, ma in concorso con gli omini, l’era colpa, uno i padroni, due l’ignoranza invincibile, tre il potere strutturale economico in atto, che c’era, dice, questa gabbia omniubiqua di struttura economica interna sociale in natura, più o meno, entro il quale si agitavano gli omini, chiusi, e avveniva transitavano qualche rare apparizioni di vecchi tremanti, col morbo di parkinson, o dice, del tipo tremante, continuo, o la specie autobloccante, cogli arti come piombo, impediti, eccetra, si vedeva queste genti appariva per le strade strascinati da persone, comandati dallo stato, o lo strade tutte vote, o dell’ombre di vecchi tremanti, nelle grinfie del comune, lo stato, eccetra, regione, mai familiari, mai amici, ma soltanto personale stipendiato eventuale, zoppicanti lungo i muri, per rientrare nelle case, meglio, dice, ripetevano, di restare nelle case che fori, in cotesta infinitudine di strade grige, nelle zone, scrive, ripete, circostanti la ferrovia, i macelli, lo stadio, via Lungo l’Affrico, via Caboto, via Sodani, via Del Cantone, nel perimetro, dice, tra via Caboto, via Sodani, lo stadio, la ferrovia, eccetra, case dice, affittate, dicevano, con la clausola il padrone non ci avrebbe mai eseguito nessun lavoro, di nulla, i lavori eventuali, sottoscritto, i contratti, a suo carico, dell’inquilino, anche il tetto, dice, scritto, specifico, inserito, questa clausola illegale, (ammettendo ve ne fosse, dentro i termini di legge, e che fosse questa legge non solo una legge, per dire, giusta, ma almeno nei termini umani, di rapporto umano normale tra le persone, ammettendo esistesse questo rapporto, e queste persone, che lo fossero non solo adeguate a questo, ma non solo a questo, rapporto, ma a qualsiasi, ne esistesse qualcheduni, di tutti i generi, almeno, formalmente, accettabili, eccetra) come infatti quasi tutti, dice, lo erano, tetti a comune, ma comunque da pagare, dice, obbligato, sottoscritto, a suo debito, della loro famiglia, antistante la stazione del Campo di Marte…


NELLE TERRE DEGLI ARCIFANFANI

Difficile si mostri l’arcifanfano, da sé stesso di persona, quelle robe gli portano i ciucai, manda orchi inferiori che tiene al suo servizio, a levarle dai barrocci, o altre creature, come mostri della natura, o animali parlanti, o nani, adibiti a disbrigargli questa e altre faccenduole, trasportargli le cibarie che gli viene sui carretti, eccetra, a loro e altri orchi più umani, cosiddetti, sacchi panaccio duro da ingolfare tegamoni pieni di sugo, che a loro garba tantissimo, aglio, zucche, peperoni, cipolle, diodiavolo, tutta roba fatta da noi, dice, queste vecchie merdaiole, della quale sono avidi, che sempre cicciaccia cruda che procurano nei boschi di bestie e di omini, madonnaciuca, ragazzotti che si spersero nelle paludi e li trovarono gli orchi, per loro grande sventura, e anche, aperti, bambini più teneri, sui loro cavalli, e vino, gli garba, a bestia, botti, quante massimo ne pole sopra i barrocci, da schiantarle, le ciuche rifinite, e donne, pole sia, ne volessero, legate sopra, da usarle in casa pei servizi che c’è bisogno, compreso anche montarle, volendo, quelle diavole, quande andessino in calore, in cambio delle pelli si fa coperte, e purghe, e impiastri, questi nani loro servi n’hanno ricette, segrete, per il male degli occhi, o catarri, pole sia, fermi dove che si respira, o nel capo, per l’aria fredda, quande gela, l’infinito del cielo, dice, senza luna, negli spazi c’è nei corpi, voti, entrano i mali, dal buio, la più parte, dal fradicio, dall’aria vicino ai morti, vanno subito bruciate tutte quante le carogne, sempre legna averci pronta per dargli foco, cadaveri di omini o bestie morti, stare via dall’acque ferme, piante sia marcite dentro, o la merda di persone, o altre bestie, o fosse paludi, o stagni, o escrementi lasciati, pussa via malati, subito, fussi ancora alcuni sani, e la meglio la sarebbe stare ognuni i cazzi sua, non sentino brutti miasmi, più lontano cacando che ci si dorma, che succede, invece, iodiavolo, cacarsi addosso, quasi, tra noi, uguale anche si vede i polli, stando sempre insieme attaccati, questi animali più stupidi, lo stesso si vive noi pidocchiosi, tra il respiro di corpi guasti, l’è il vomito, trovatolo, di gufo, la meglio cura, c’era, dice, una volta, orchi, venivano giù alle fiere, tanto tempo passato, tavolone suo di loro, gnen’andesse riservato, nei bei giorni della festa, accanto, godevano, sedere, la vasca dei pesci rossi, dolce zampillo, d’ogni bene diddio, mangiare e bere, faceano, a bestia, per tutte coteste feste, ci fu anni, rammentavano, ci rimasero giorni e giorni, sulle panche a rimpinzarsi, non potendosi più movere, dal gran vino tracannato, molte grosse damigiane, così come noi bicchieri, damigiane un orco trinca, che si rispetti, non potersi più rialzare, già finita ormai la fiera, e la luna andata via, dove più non la si vede, a casaaaaaa, gli berciavano sul grifo, contadini vigliacchi, quande più non si smovevano, si volesse ancora bere, rugliavano, sotto il tavolo a diacere, bere, subito, grugnavano, guai a loro, gl’agguantassero, e li portano sui carri, dove stanno le sue case, pietre enormi, raccontavano, camini dieci volte che quelli nostri, quande s’aveano, dove cocere sfracelli di carni, d’ogni razze d’animali, omi compresi, pole essere, mentre anche ci hanno omini vivi come servi pulitori, non gli garba punto il sudicio, al contrario noi si pensa, vole abiti puliti, camice, giacconi, stivali, tutto in ordine, stirato, donne, che tengono, o orchesse o donnacce di paesi portate via, montandole, quande fosse, da sganasciarle, nel mezzo ai boschi, avendole alcune dalla smania anche morte, e altre succedesse tenessero più curate, delle quali sono presi, come proprio fossero amanti, e ugualmente tanto vino, tutti i mesi, glien’ andesse portato, per stare boni, e più ancora quande viene la stagione del grande freddo, in quei posti stanno loro, pieni di neve, tutto l’inverno, leccio rovere quercione, bruciano, che gli fanno più calore, cataste olivi morti di gelate che vennero, portato da questi ciucai già nominati, arde, tronconi grossi, e mugghia il vento dal buio dei loro camini, silenziosi nei mantelli, ascoltano, il lamento degl’alberi, nella tempesta, due tre mesi di continuo, non raramente, che tanti anche ne more orchi per la disperazione del tempo freddo, arrivassero a trecent’anni orchi normali, senza infermassero, o di gola o di petto o di nervi, principalmente, difficile altro, non essendo nemmeno morsi da punte bestie, o non curandolo, compreso serpi, sua natura melanconica, pole perdersi di senno, dal bagliore della luna, lo sgomenta buio sotto, quelli spazi sieno voti, grotte d’acque sottoterra, che ci stessino celate, percepisce quande fossero, che gli mettono grande paura, sasso duro, tutto pieno, abbia a avere sotto casa, fugge il fondo delle valli, non ci arriva giù ai mulini, la portassino farina, servi apposta coi carretti, che li aspetta, a mezza costa, fino a dieci e passa sacca, se ne mette sul groppone, e parte, con stivali di setteleghe, c’era, dice, una volta, orchi scendevano in quei paesi che c’erano, apposta per ragionare coi vecchi, non garbandogli a loro i giovani, financo l’odore, e le donne, fiutare, gli garbassero, preferendole avere già bell’e figliato, di parti magari più larghe, culo compreso, e quande, rammentavano, ci stavea altri che loro, queste terre ci staveano, avanti noi, non ci s’era altro che orchi, diosudicio, l’era dopo, gli diceano, si venissero noialtri, da ultimo, non s’avea mai conosciuto quelle di prima, quande solo vento sole sassi ginepri e qualcheduno cipresso, sui poggi, e giù il nero di boschi e acque buie, come ancora si vedeva stare tornando, finiti secoli di zappartura, cosa cazzo era servito, diobestia, tutta questa grande fatica se ritornava poi uguale, non ce n’erano nessuni campi, in origine, avanti fatti da noi, e bovi, cani, polli, diolupo, non ce n’erano, anticamente, solo lupi, dio bestia, no cani rognosi come quelli che n’ aveano portato questi idioti praticarono l’agricoltura, cosiddetti contadini, branchi spropositati dappertutto, imperversavano, ci s’eramo solo noi, diorospo, fra le petraie, sotto il volo dei corvi, e civette, e tassi e volpi, e chiuso, galline, coniglioli, nulla, diocane, rugliavano, nessuni c’era animali ammalassero uguali, impestassero, diosudicio, ognibene con gli ugnelli, pesci grossi verdi scuri, stava, al fondo, quasi invisibili…


LA PORTA SANTA

…e ora, questi omini miserabili, procedevano,dice, qualcheduni più ebeti, all’apertura della porta di santo Pietro, come segno di misericordia fra gli omini, questi omini, che, dice, si sentiva, sbraitavano, se ci fosse, alla fine, anche poca, misericordia tra loro, lo potrebbano, dice, vivere, forse, non solo in maniera meno feroce, l’un l’altro, ma anche più sopportabile, mentre invece, digià, dice, invece, si sentiva, dappertutto, proveniva, berciavano, che vivessino questa vita di merda, al freddo, al gelo, alla fame, alla sete, alla fatica, al dolore alla morte e quant’altro di cose orribili, e ora gli toccava, altretutto, sentire, provenisse, dicessino, che avvenisse l’apertura di questa porta di Santa Romana Chiesa, che il creatore, tutto intorno, si sentiva, bociavano, li avesse lasciati ignudi su un pianeta di merda, estate e inverno, giorno e notte,da sempre, senza mai requie, solo, dice, intanto, tutti i giorni, costretti a vedere in faccia la paura dei morti negli ospedali, cosiddetti, quande ci fussino o morissino tanti nei gabinetti dei treni, nei fossi, nelle acque sudice dove mai nessuno gli riesciva più di sortire, e certuni, si vedeva, scimmioni sacerdotali, procedevano all’apertura di questa porta da burla, coi pennelli dell’acqua santa, senza avessino alcuna vergogna,diodiavolo.


ALLA FINE DI NULLA

Pioggia, pioggia, pioggia, pioggia, pioggia, mai più verso si fermasse, così solo ormai, e basta, sulla faccia della terra, il battere infinito dell’acqua sulle città tristi degli omini sui boschi solitari il mare nero, giù forte, da levare via il respiro, si vedeva boccheggiavano, come i pesci, si sentiva, ci scherzavano, al principio, queste genti miserabili, e poi finito, si movevano affannati, sotto tetto, lungo i muri, se dovessero sortire, per i posti che sortivano, prima tutto si fermasse, impossibile, sbraitavamo, senza averci più riparo, anche al chiuso lo sentivano, questo scroscio che veniva, non vedrebbero più il sole, non sarebbe mai finita, non s’avrebbero più nulla, delle cose s’aspettavano, tutto quanto scomparisse, sotto l’acqua che correva, va in rovina icché s’è fatto, tutti i beni messi via, belavano, l’è già fradicio ogni cosa, d’ogni beni accumulati, e la colpa l’è di noi, che iddio n’abbia condannato, l’è la fine ci si merita, per il male procurato, ne verrà le coseguenze, fummo merde infino all’osso, l’era tempo che venissero, quali colpe ci s’avesse, ripetevano altre voci, d’una vita disgraziata, non s’é altro che patito, senza mai nulla potere, l’era inutile dicevano che si stessero a incolpare, quando tutti lo sapevano, non si avesse a rimediare, anche fosse si sapesse, chi lo fosse responsabili, che però non si sapeva, c’era solo che pioveva, senza averci remissione, il fruscìo della corrente, che portava tutto via, glielo aveva sempre detto, se qualcuno l’ascoltava, la zoppa che vedeva nel destino, sarà tutto, diceva, solo acqua, e il verso delle rane, che non vole dire nulla, e il rumore della pioggia, infinito.


DONNE…

…non le vedi mai sedersi su una panchina con l’avviso “Verniciata di fresco”. Hanno occhi dappertutto.