Archivi del mese: aprile 2016

PULITORI DI STATO

Le ragioni, ripetevano, risiedevano nel modo che lo avevano vissuto, tutti, alla fine, da ultimo, che lo avevano infestato tutto dove vivibile, di cima in fondo, riempito di merda, di sudicio, di veleni, di acidi, di benzina, di alccol, di acetone, di zinco, di zolfo, ogni dove possibile, campi, strade, fiumi, mare, il peggio possibile, fino a che cominciarono a morire ogni sorta di bestie, cani, gatti, topi, pecore, bovi, pesci, cignali e di seguito, anche umani, e giaceva, si vedevano, i cadaveri fetidi,che impestavano l’aria e l’acqua dintorno.
E veniva, la mattina, ancora di buio, queste masse di migliaia di adibiti alla bonifica territoriale, BONIFICA TERRITORIALE; c’era scritto sulle tute arancioni, sui camion, sulle ruspe, sulle tende dove dormivano, migliaia e migliaia di miserabili che dovevano 1 ammassare tutta la merda zozza e veleni e quant’altro di peggio e portarla alle zone isolate 2 ammassare nelle fosse-voragini tutti i cadaveri di animali morti e coprirli di calce viva, in attesa del poi. E gli dettano, stabilirono, vitto e alloggio, gratis, nelle tende e nelle cucine da campo, e in più una cifra di mille euro a persona da avere in tasca, pro die, che spedissero alle famiglie, chi ce le avessero e chi li spedisse. Che piuttosto, sostenevano, sui giornali, spendevano tutto in bottiglie di birra, e vinaccio, e grappa, eccetra, e pagavano giacersi con delle troie, omini o donne, che seguivano la truppa,a quest’uopo. E appariva, si vedeva, queste colonne di camion nella nebbia del caos, che portavano omini e altri omini e donne prostituti al suo seguito.
E sparivano verso la fine.

Annunci

ACCOGLIENZA PROFUGHI

Quande, dice, elle fine, evvenne, era avvenuto, costruirono queste immense gallerie lunghe chilometri,
fornite, dice, di tutto, c’è dicevano, tutti comodi fruibili, da potersi usufruire dai profughi in fuga.
Controllassero, dicevano, loro stessi, se non era fosse vero che ci erano tutti i servizi di tutti i generi, per poterli riparare nel meglio dei modi. Camerette da sei posti, refettori, cucine, docce, bagni, sale giochi eccetra, sale riunioni, tutto a carico totale delle Casse Europee. S’è deciso, dicevano, le Casse Europee, di crere questi luoghi di ricovero totale, aperti a tutti, uno per questioni di principio, di etica, solidarietà e via discorrendo, due per l’ordine politico, da doversi tutelare, l’era meglio, argomentavano, investire in assistenza e in ricoveri, ben funzionanti, che lasciare queste masse di popoli abbandonate a se stesse, in cerca d’aiuto.
E digià, si vedeva, procedevano questi convogli di treni lunghissimi, pieni di genti, verso dove li aspettavano le gallerie,e sparivano nel buio dei tunnel, e soltanto si vedeva lampeggiava il fanale di coda, e poi nulla, finito, che l’era, dice, qualcheduni, asserivano, gallerie senza uscita, e poi chiuse per sempre, a ferro cemento, con il placet del Consiglio Europeo, che sarebbe, promulgarono, stato dimolto meglio per tutti, che finissero a cotesta maniera, che continuare a cercare chissaccheccosa, senza mai trovare nulla, e anche peggio.


A LETTO PRESTO

Le notti d’estate non dormivo: e, s’ero andato a letto piuttosto presto, mi rialzavo e uscivo.È strano come la notte
mi sia impossibile pensare a quel che ho fatto il giorno! È per me un altro mattino che comincia. I miei sogni, allora,
sapevano d’aceto od erano voluttuosi.
E le strade solitarie dove i lampioni parevano acchiapparsi al muro per non cadere dalla stanchezza, svegliavano
tutti i miei brividi, e cercavo per l’indomani gli amici e la donna da amare, che non avevo mai. Quando tirava vento,
qualche manifesto staccato, sotto un arco, sbatteva al muro, e anche il mio cuore sbatteva.
Quando amavo sempre la medesima, mi piacevano i tetti rossi e i geranei. Di primavera m’ostinavo a doventar
cattolico e d’inverno sognavo di doventar ricco.
Ah, non dimenticherò che ella si faceva togliere le calze da me perché le baciassi i piedi, si faceva sbucciare le
frutta, mi bruciava il viso con la sua sigaretta! E perché, quand’ella mi teneva abbracciato, io guardavo noi due nello
specchio e non sapevo se fossimo di qua o di là da esso? E perché dimenticavo perfino il mio nome? Ella mi aveva
ingannato sempre, ma ero così abituato a lei che l’amavo egualmente. E per la stessa ragione che l’orsa la notte splendeva,
così doveva esserci il mio amore; e mi pareva che la mia bocca fosse nata soltanto per baciare lei. Ah, sì!
Mi piacevano i tetti rossi, i platani pieni di foglie, le acacie quando avevano messo i loro fiori, i muri delle strade
e le finestre chiuse! Ma più di tutto, lo ripeto un’altra volta, mi piacevano le distese dei tetti rossi ch’erano una festa per la
pioggia e per il chiaro di luna che mi faceva stare con la testa ai vetri.
Pensavo, in vece a cose che avrebbero dovuto nascere l’indomani e che io stesso dimenticavo. Non so di che mi
vergognassi.
In campagna mi fermavo sotto un albero che aveva i rami troppo schiacciati, e gli offrivo di sorreggerli con la mia
anima. E prima d’entrare in una strada io mi ci affidavo tutto. La stessa città mi pareva forse più di cento città; quella di
quando avevo vent’anni non somigliava a quella di venticinque; la molta gente, che conoscevo, mi faceva lo stesso effetto
di un pianoforte se si pigiassero insieme tutti i suoi tasti.
Rientrato in casa, deliberavo di star con la finestra aperta e allora la notte aveva una dolcezza piena di estasi
sovrapposte, come accordi, dal silenzio. Palpavo, con le braccia scosse da brividi, il mio letto dove m’aspettava il sonno
come un compagno. Ma io ero certo di non aver mai dormito; e mentre la musica della notte entrava, quasi di corsa, dalla
finestra, io ascoltavo in piedi nel mezzo della stanza: la mia giovinezza era una cosa sola con il tempo, che mi trasportava
con sé. E respingevo da me l’ultima donna, la cui nullità mi faceva un poco ribrezzo.
Ma perché, dunque, quando due briachi cantarono io non chiusi la finestra? Perché la loro voce mi dava una gioia
irrefrenabile, una contentezza che non mi faceva star fermo? Sapevo forse spiegarmi quel che fosse avvenuto? Non potevo
io aver ucciso molta gente? Di che cosa temei, all’improvviso? Perché non morii in quel momento di dolore?
La voce dei due briachi divenne come un disperato singhiozzo lungo, una tristezza che mi faceva raccapriccio. E,
quando, affievolita, fu per sparire, io mi sporsi dalla finestra: le stelle mi parvero più belle, e lì ad aspettarmi.
E capii perché un gatto, accovacciato su la porta di casa mia, fosse scappato quando gli fui vicino.


NON E’ AFFAR MIO…

Quanto all’adottare i sistemi che lo Stato ha predisposto per rimediare al male, io di
tali sistemi non ne conosco. Richiedono troppo tempo, e la vita intera di un uomo se ne sarà nel frattempo andata. Ho altre faccende delle quali occuparmi. Non sono venuto a questo mondo innanzitutto per farne un buon posto nel quale vivere, ma
per viverci, buono o cattivo che esso sia. Un uomo non deve fare tutto, ma qualcosa; e poiché non può fare tutto, non è comunque necessario che debba fare
qualcosa di sbagliato. Non è affar mio presentare petizioni al Governo o al Parlamento non più di quanto sia affar loro rivolgere petizioni a me;
e, se non ascoltassero la mia petizione, che cosa dovrei fare allora?
Ma in questo caso lo Stato non ha previsto nessuna soluzione: la sua stessa Costituzione è il
male. Questo potrebbe sembrare sgradevole ed ostinato e tutt’altro che concilianteinvece è trattare con la massima gentilezza e considerazione l’unico spirito che
possa apprezzarlo o che possa meritarlo. Di questo tipo è ogni cambiamento in meglio, come la nascita e la morte che sconvolgono il corpo.


IL BRUTTO POTERE

«Tuttavia, esso appare incontrastato ed evidente (non “ascoso” insomma) a chiunque si sia trovato a combattere la vecchia battaglia umana contro la materia. Chi lo ha fatto, ha potuto constatare coi propri sensi che, se non l’universo, almeno questo pianeta è retto da una forza, non invincibile ma perversa, che preferisce il disordine all’ordine, il miscuglio alla purezza, il groviglio al parallelismo, la ruggine al ferro, il mucchio al muro e la stupidità alla ragione».

[Primo Levi]


CONIGLIOLI

Per lo più i nomi di quelli che fanno parte d’una famiglia acquistano un’armonia che li riunisce, sembrano fatti d’una stessa materia, come i chicchi di un rosario. Già i nomi, che si tramandano da avo a nipote, completano questa fisionomia.
Delle persone che amiamo, dei nostri parenti, non rimane nel tempo che il loro nome; quand’essi non sono né meno doventati fotografie sbiadite negli angoli meno visibili del nostro salotto.
Siccome la mia zia era morta povera, non avevo mai più aperto l’armadio dove stavano ancora i suoi abiti.
Soltanto dopo cinque anni, dovendo ripulire la casa per prendere moglie, untai con la penna e con l’olio la serratura prima di ficcarci la chiave piena di ruggine.
Dunque dicevo che la mia zia aveva una voce che ricordava le pasticche biascicate senza che nessuno se ne avveda. Tutte le volte che veniva a cercarmi, ch’io l’avessi chiamata o no, teneva le mai, una dietro l’altra, nel grembo.
Quando se ne andava, era certo che le moveva perché aveva intenzione di mettersi a qualche faccenda.
Si chiamava Betta, ed aveva cinquant’anni quando morì di male nervoso.
La sua vita ch’ella non mi confidava, il suo modo di parlare per nascondersi di più che fosse possibile; per me non
era che una vecchia vestita male, con molte grinze, senza denti, senza sentimenti, affezionata, paziente, modesta.
Accendeva i fiammiferi soltanto sull’impiantito, a mangiare ci metteva tre volte più di noi e mangiava meno, voleva essere l’ultima ad andare a letto, la prima ad alzarsi; quando non faceva niente, s’appoggiava sempre a qualcosa, in cucina, alla madia; si confessava ogni mese; era di stomaco debole, non le piaceva l’agnello; non sapeva né leggere né scrivere; canticchiava quand’era sola. Tutte le cose che diceva riguardavano solo quelli della famiglia. Per
solito cominciava così: “Il mio povero marito…”. Aveva tre figliole tutte sposate, che andava a trovare per le feste solenni.
Era invecchiata tra cinque casupole, che chiamano Ferraiola, a ridosso d’una scorciatoia scavata sul galestro e le macchie di ginepro. Questa scorciatoia è l’ultima svoltata, dinanzi al lavatoio, che si trova per salire a Pari; e porta, passando da Casale, fino a Paganico e poi a Grosseto.
La prima figliola stava a Pari, ossia distante meno di mezzo chilometro da Ferraiola; ma la zia non si sarebbe
mossa da casa senza mettersi il miglior vestito, e parlava di Pari come di un territorio straniero, a cui non s’appartiene con il quale non c’è niente da vedere, dove non si va che di rado e il meno possibile e per qualche ragione speciale.
Non importava che dalla sua finestra vedesse tutto il cocuzzolo del caseggiato!
L’ultima volta che la mia zia venne da me, mi portò, dentro un fazzoletto, due conigli da razza che le graffiarono le mani.


IL FRATELLO (ORA MORTO)

Intanto, dapprincipio, come tempo anteriore, il periodo, da lui stesso definito, il periodo, cosiddetto, della massima estraniazione dal mondo della gente non solo più ottusa, ma, diceva, anche, più ignorante, più ignobile, più spregevole, più merdosa, non solo di tutto l’Ospedale di Stato, in tutto il suo insieme, ma anche gli altri, cosiddetti Ospedali Pubblici, eccetra, per restare in quest’ambito, da lui definiti, teste di cazzo di Stato, in quanto non solo come lui appartenenti a un regime lavorativo di Stato di estrema basezza intellettuale,
morale, civile, e cose di questo genere, ma nemici di chiunque non lo fosse dello stesso pensiero, di chiunque pretendesse non solo di pensare con la sua testa (se lo fosse possibile), ma anche rifiutasse di inchinarsi alle regole, ai comandi, alle prescrizioni, non solo di lavoro, ma di stato mentale, di modi, comportamenti, abitudini e quant’altro di questo genere…
Ma comunque, ripeteva, a se stesso, continuava a ripetersi, nel periodo, cosiddetto, finale, era, allora avvenuto che lo avessero trasferito all Archivio Generale Catalogazione e Deposito Stampa Medica, periodici medici, in via della Stufa, dove, sempre, ancora, giacente dentro l’ambito dell’Ospedale di Stato, tra l’immensa sterminata miriade dei beni immobili competenti l’Arcispedale, non solo del comprensorio, ma di tutta la Provincia, Regione e di seguito eccetra, era stato restaurato questi vecchi locali (da lui solo fruibili, agibili eccetra)una volta in uso alla Curia, primo piano spazioso, ingresso salone, altro salone, una stanza, un’altra sul retro, bagno, doccia, cucina, che era stato progettato, eventualemente, da dare in uso come foresteria per congressi medici, soggiorni medici, che mai vi furono, non solo non vi furono, dice, dicevano, congressi, riunioni, ospiti medici, ma nemmeno, intanto, negli anni, nessun aggioranmento medico più esistito, allestirono, dice, questo centro biblioteca di libri medici, riviste mediche da ogni dove, e lo fu anche, ovviamente, discusso il finanziamento di questa che dicevano fosse un’importantissima iniziativa non solo per il comprensorio, ma per tutta, attraverso il comprensorio medesimo, la classse medica in essere, chi volesse, per dire, usufruire del fatto di questo servizio specifico, che, si vide, alla fine, non rimasero, in pratica, altro che questi fondi rimessi a novo alla meglio, in via della Stufa, angolo via Dei Nerli, dove dice, suo fratello ci fu messo, asserirono, in qualità, prima di adetto alla catalogazione e riordino eccetra, e poi di anno in anno senza scopo ulteriore, precipuo, ma solo, dicevano, per levarselo dai coglioni, per metterlo isolato da tutto il resto dell’Arcispedale, dove, non pansavano più nemmeno a tenere pulito, dove non solo non arrivavano più periodici libri e quant’altro di nessun genere, ma nemmeno alla fine, nessun periodico medico, tantomeno non medico, di nessun genere, zzero…